Domenica 12 Settembre 2010

Violenza, malattia umana
che vogliamo negare

Moreno Gentili, artista e scrittore comasco, ospite nei giorni scorsi a Parolario per la presentazione del suo libro ultimo «L'inferno dentro - Confessioni di un collaborazionista» (Edizioni Sonda), ha scritto per il nostro giornale una riflessione sulla violenza.


La violenza è una brutta malattia, insita dell'uomo da sempre, fin dalle sue origini. Stanley Kubrick ne dà una interpretazione efficace nel film "2001 Odissea nello Spazio", quando l'uomo primitivo alza un osso non a difesa del cibo, non per preservare le sue prime - per noi preziose - virtù, bensì per stabilire il dominio. Da qui l'abominio. L'uso della violenza impone infatti palpebre chiuse di fronte all'altrui sofferenza, magari schiacciandone il coraggio con ogni mezzo, anche se non per sempre. La Storia dimostra infatti che ogni forma di violenza sociale è causa di reazione parimenti aggressiva, se non altro necessaria a preservare il diritto all'esistenza di chi ne subisce la brutalità d'origine.
Cioran scrive che la speranza è l'ultima, inguaribile, malattia dell'umanità, ma se invece fosse proprio la violenza quella malattia? E se fosse questo il labirinto da cui è difficile emergere pur con tutta la nostra cultura incline al bisogno di vivere, gioire, credere, pensare, amare? Ma la vera domanda - a cui però possiamo rispondere positivamente - è se esista o meno un antidoto a questa condizione. E l'antidoto esiste, di questo almeno possiamo esserne certi, come la nostra stessa Storia ci ha più volte indotto a credervi. Sì, ma quale? Il perdono, ma solo ad una condizione: che lo si accetti come ulteriore elemento di complessità della medesima malattia, la violenza appunto. Non esisterebbe infatti alcun bisogno di perdonare chicchessia, se non vi fosse un reato di fondo che obbliga l'uomo al duro confronto tra il desiderio di restituire un gesto deliberatamente ostile o rinunciarvi.
E ancora una volta la Storia - quella con la S maiuscola - è lì a raccontarci che il male supera a volte ogni desiderio di bene nonostante la nostra padronanza del Sapere, le applicazioni della Scienza e anche una certa, a volte greve, sublimazione della diplomazia politica intercontinentale. Potremmo citare solo nel '900 la prima guerra mondiale, lo sterminio degli Armeni, le guerre coloniali, la seconda guerra mondiale, il Vietnam, l'Afghanistan, il Tibet, la guerra dei Balcani, la Cecenia e via dicendo, ma sarebbe inutile se non considerassimo un'esperienza a cui noi stessi, in quanto italiani, abbiamo contribuito senza poi rivedere fino in fondo la natura stessa della nostra malattia, della nostra stessa violenza insomma. Questa esperienza si chiama Shoah e non altro. È vero, occorre dire per i più refrattari su tale argomento che ormai questo tema gode di una propria Giornata della Memoria, è insomma ragionevolmente storicizzata, e comunque l'argomento gode di una pubblicistica più che esaustiva, così come possiamo affermare che almeno in Germania si è lavorato con il dovuto rigore morale e giuridico soprattutto da parte delle ultime generazioni che non ne vogliono sapere di portarsi dentro una eredità così terribile. Ma il punto interessante, forse anche dolente, è questo nostro paese che continua a confondere tale scempio del diritto all'esistenza come qualcosa di ormai lontano e comunque non incline al "carattere italiano", alla passionalità istintiva che ci contraddistingue nel mondo e anche alla "bontà" di cui ci sentiamo - spesso inopinatamente - portatori sani. NO. O meglio, per sentirci veramente "italiani", per essere cioè in pace con la nostra coscienza, occorre sapere che nei pochi processi portati veramente fino in fondo - quando non celati per quarant'anni e oltre in "armadi" ministeriali con scarso coraggio delle nostre azioni - ben pochi colpevoli di Collaborazionismo con il nazismo nella messa in opera della Shoah sono stati condannati con il dovuto rigore. E questo perché? Forse per errore? Per dimenticanza?
La confusione è stata tanta e persiste ancora oggi. Spesso vediamo confondere da una buona dose di opportunismo politico le radici del Nazismo con quelle del Sionismo. Spesso, da "buoni italiani", siamo portati a pensare che  il Fascismo, dalle leggi razziali del '38 in poi, non abbia poi influito così negativamente con il processo distruttivo non tanto di una popolazione - va da sé che l'Ebraismo ha saputo costruire un percorso riguardo ad un così ostile tentativo di dissolverne le sue origini - ma di nostri simili. Possiamo quindi tornare a Kubrick e capire, comprendere quanto siamo stati lontani dall'avere compreso la colpa autoctona che ha portato anche noi ad applicare le leggi razziali e le terribile conseguenze che ne sono derivate.  Per concludere, ragione e dissoluzione del nostro popolo, della nostra nazione che oggi festeggia 150 anni della sua Storia, stanno anche in questa parte di verità, o di malattia, che ci piaccia o meno.

Moreno Gentili

b.faverio

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