Giovedì 16 Settembre 2010

Mario Botta: "Tutti gli incontri della mia vita"

Una mostra al Mart di Rovereto (Trento), che si inaugura il 24 settembre, rende omaggio all'opera di Mario Botta e racconta cinquant'anni di architettura (1960-2010). Il museo celebra il suo ideatore presentando oltre novanta progetti del maestro della Scuola ticinese che spaziano dalle prime case unifamiliari ai grandi edifici pubblici realizzati in tutto il mondo, tra cui chiese, musei e biblioteche, senza dimenticare il design e le scenografie. L'esposizione si apre con la sezione dal titolo Incontri che racconta suggestioni, memorie e opere di artisti e di personaggi della cultura che hanno lasciato un segno nella formazione dell'uomo e dell'architetto.
Architetto Botta, parliamo degli «Incontri» in mostra al Mart…
Mi sono posto il problema di raccontare da dove vengo. Sono nato a Mendrisio nel 1943 e la mia formazione ha vari debiti culturali che ho riassunto in quarantadue schede. Le affinità elettive suggerite da architetture, scritti, discorsi e opere d'arte sono accompagnate da brevi appunti che descrivono queste emozioni. Troverete fotografie, dipinti, incisioni e altro ancora... Tra gli incontri c'è quello con Frank Lloyd Wright e la casa sulla cascata, con Pablo Picasso e il periodo blu, con gli scritti di Pier Paolo Pasolini. Poi ci sono Le Corbusier, Carlo Scarpa e Louis Kahn che hanno segnato la mia vita di architetto, ma non solo. Ricorderò papa Giovanni XXIII e il suo discorso "alla luna" che potrete ascoltare.
Come è stato il suo incontro con Gabriel Garcia Marquez?
Avevamo partecipato insieme anni fa ad un incontro a Zermatt sulla creatività. Così abbiamo avuto modo di raccontare qualche aneddoto sull'America Latina. Ad un certo punto Marquez a proposito dei suoi libri mi confessò di non avere mai scritto un rigo senza partire da un'immagine.
Che cosa ricorda di Alberto Giacometti?
Non potrò mai dimenticare quel sabato mattina a Parigi quando trovai il coraggio di suonare il campanello del suo atelier. Entrando in un piccolo cortile riconobbi immediatamente nelle sue sculture dal volto senza fine le figure di mai madre e delle donne forti che conosco. Sono cresciuto in una famiglia matriarcale dentro il segreto delle donne. Alberto Giacometti rimase solo pochi minuti, mi disse: «Sei svizzero: dovrai fare tutto da solo», e mi lasciò nello studio con il fratello Diego che ho frequentato.
C'è un personaggio che avrebbe voluto conoscere?
Senza dubbio Pablo Picasso che più che un artista era un mostro. Il suo segno aveva una forza straordinaria. Lo si vede bene nel film di Henry Cluozot "Le mystere Picasso".
Come considera la sua generazione?
Tutto sommato la mia è una generazione privilegiata che ha vissuto gli ultimi momenti di tutte le avanguardie e dei maestri del movimento moderno. Da un lato abbiamo avuto un'eredità culturale e dall'altro ci siamo trovati orfani perché il mondo andava all'opposto rispetto alle utopie e ai sogni del movimento moderno. La grande speranza progettuale della industrializzazione è stata di fatto poi tradita… I grandi personaggi sono scomparsi e a noi sono rimaste le briciole, però è importante avere colto queste speranze.
Chi sono stati i suoi maestri?
Le Corbusier con la sua capacità di trasformare tutti gli eventi della vita in architettura. Lui comprese e trasformò il proprio tempo con modelli che rispondono ad esigenze precise e nascono da una grande tensione etica. Di Louis Kahn ho amato la capacità di andare alle origini dei problemi, una dimensione totalmente assente dall'America post-moderna dove si guarda solamente a fatti epidermici. Poi c'è Carlo Scarpa, un architetto straordinario che sapeva dare voce anche ai materiali più poveri.
Le sue architetture sono in Europa, in America, in Asia… Come vive la dimensione di architetto globale?
Il nostro spazio di lavoro e di vita oggi è il mondo. Forse ognuno di noi dovrebbe approfondire la sua cultura d'origine perché per essere universali bisogna essere profondamente locali. È una questione di anticorpi per nutrire il senso critico e vivere la realtà globale.
A cosa deve la varietà delle sue architetture?
L'architetto non può scegliere, ma viene scelto. In realtà ho progettato tutto quello che mi è stato chiesto e l'ho fatto al meglio delle mie possibilità nei vari momenti. Nel mio lavoro mi sono occupato molto dei luoghi dello spirito come le chiese e i musei perché ho avuto il privilegio di confrontarmi con questi temi.
Qualcuno ha detto che le architetture di Mario Botta sono come i monoliti di Henry Moore…
Io amo la carica iconica dell'architettura e la sua capacità di esprimersi come segno. L'architettura ha anche il dovere di non essere un semplice elemento di addizione della città, ma di rappresentare al meglio le sue istituzioni.
Che cosa manca alle ultime biennali dell'architettura?
La grande assente è l'architettura perché le archistar invadono altri campi. Di recente ad un incontro a Venezia ho sostenuto che nelle ultimi biennali c'è stata una fuga continua dalle proprie responsabilità con la contaminazione con altre arti. L'architettura ha poche leggi ed è innanzitutto gravità. Se parli di leggerezza, parli di letteratura.
Il Mart di Rovereto è considerato uno dei suoi capolavori. È d'accordo?
Spero sempre che il mio capolavoro sia il prossimo progetto, ma indubbiamente il Mart mi piace. Lo amo perché è l'edificio che dialoga più intensamente con il contesto diventando un interlocutore dell'antico.
A quali nuovi progetti di chiese sta lavorando?
A Terranuova Bracciolini (Arezzo) sta sorgendo una nuova chiesa dove Sandro Chia realizzerà delle vetrate. Mi piace molto collaborare con gli artisti. Il segreto è quello di lasciare loro il giusto spazio e sapere cosa chiedere.

Stefania Briccola

b.faverio

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