Venerdì 01 Ottobre 2010

Federico Roncoroni:
"Le parole della mia vita"

Un'autobiografia in 182 parole. È il nuovo libro di Federico Roncoroni ("Sillabario della memoria", Salani editore, 300 pag, 15 euro) il primo che si discosti nettamente dai precedenti - saggi, filastrocche per bambini, soprattutto grammatiche - per battere il territorio della narrativa: ma che con quelli mantiene un inscindibile, viscerale rapporto. Quello della lingua: repertorio di ricordi e significati, tessuto connettivo delle nostre esperienze e delle nostre relazioni. Centottantadue parole, da "abballinare" a "zuzzurullone", declinate con rigore scientifico - significato, classificazione grammaticale, etimo, bibliografia - ma soprattutto raccontate, quasi sceneggiate, con un gusto della narrazione che ne fa altrettanti, imperdibili bozzetti. Un "Lessico familiare" in chiave più affettuosa e scanzonata, divertito e divertente, da leggere da cima a fondo o, meglio, da compulsare, come un vero e proprio dizionario, seguendo i percorsi della lingua e dei (anche nostri) ricordi.
Professore, dopo tanta grammatica una nuova esperienza letteraria...
Questo libro è il mio esordio nella narrativa. Ho coniugato il piacere di ricordare e di raccontare con l'amore per le parole: circa duecento parole da salvare, o da buttare, che mi permettono di parlare di me, dei compagni di scuola e di collegio, degli amici comaschi, fiorentini, milanesi e romani, degli scrittori, poeti e artisti che ho frequentato, delle donne che ho conosciuto, dei miei nonni, della mia educazione sentimentale e sessuale, dei miei amori letterari, delle mie esperienze. E di raccontare attraverso l'etimologia la storia di quelle parole, parole che volta a volta hanno dato un nome a quelle amicizie, a quelle esperienze e a quei rapporti.
Qual è l'idea di fondo?
L'idea è quella di far rivivere, attraverso le parole, non tanto la mia vita, che è poca cosa, ma la vita del nostro paese tra gli anni Cinquanta del secolo scorso e oggi. Il lavoro è nato dalla proposta del mio editore - sette anni fa - di mettere per iscritto le cose che andavo raccontando, cioè i fatti della mia vita attraverso le parole che amo, o che detesto ma che hanno lasciato il segno. Un vizio antico: già alle medie avevo l'abitudine di scrivere su un quadernetto le parole che mi piacevano, nella speranza di poterle usare, un giorno. E infatti alcune lo ho usate...
Ha dovuto fare una scelta?
L'inizio, come sempre, è stato difficile, pensavo di metterci chissà quanto tempo. Invece di parole ne ho scritte circa quattrocento: la metà sono state messe da parte, per un eventuale nuovo libro. Nell'editoria vale sempre il principio del maiale...
Quali sono state le difficoltà principali?
Ero abituato a un processo editoriale completamente diverso, quello della narrativa è un ambito molto più sensibile all'aspetto comunicativo - dalla copertina, alla pubblicità, alle presentazioni. Io intanto pensavo al libro, con qualche apprensione perché parlando di sè uno finisce con il mettersi a nudo.
Quali parole la riportano maggiormente indietro nel tempo?
Le più antiche sono le parole in dialetto della mia nonna. "Nagotta", dal dialetto "nagòtt", che vuol dire "niente" e deriva dal latino "ne gutta quidam", "neppure una goccia", e poi "fuffa". C'è "abbiente", termine con cui una mia compagna di classe indicò il lavoro del padre. Le prime parole straniere che ho appreso da bambino sono state "ideal standard": in prima elementare lessi la scritta sulla ceramica del wc, negli anni continuai a farci pipì sopra finché la scritta scomparve. Poi ci sono state tutte le parole della mia formazione sessuale e sentimentale, come "pastrugnare", "ombelico" - noi lo chiamavamo "bomborino". E la parola fondamentale della prima giovinezza, "sottoveste", l'ultima difesa tra il tutto e il nulla.
Le più belle parole?
"Nivale", "albasia", "serendipidità", una parola tanto bella che definisce la situazione di chi cercando una cosa ne trova un'altra. Come Colombo, come Fleming. E poi "giumella", le mani accostate a coppa per bere. 
Poi ci sono quelle che proprio non le piacciono...
"Abbuffarsi", è una di queste. Non sopporto "ciaspola", e nemmeno "stigmatizzare"...
Il libro è ricco di aneddoti divertenti, ma non mancano gli spunti seri e i ricordi dolorosi...
"Anemia perniciosa" è legato al ricordo di un compagno di banco delle elementari, morto nel giro di pochi mesi. L'"accabadora", in sardo "colei che finisce" l'ho scoperta prima che ne scrivesse la Murgia: l'ho inserita «per ricordare a me stesso e ai miei cari chi e cosa voglio».
Mai frainteso un'espressione, come capita a tutti i bambini?
Certo. Ho creduto a lungo che "proci" significasse porci, anziché pretendenti. E "Zafferano d'Aquila": lo leggevo sulla bustina che passavo a mia zia quando cucinava il risotto, ho sempre creduto che venisse estratto dal becco o dagli artigli tritati, così gialli nel disegno sulla confezione. Mi dispiaceva. Pensavo: lo faranno quando sono morte.
Anche i dizionari hanno nutrito il suo amore per le parole?
Sì, certo. Però nei dizionari le parole sono lì, belle ordinate ma stecchite. Io preferisco le parole che, anche se sono ormai cadute in oblio, nutrono la nostra vita: quelle che usiamo o vorremmo usare. Di fatto, quello che mi è piaciuto nello scrivere questo libro, e che spero piaccia a chi mi leggerà, è stato sentire le parole scaricare tutta la loro bellezza ed energia, la loro forza. Per esempio, ho voluto inserire le parole Geo e Giannina, i nomi dei miei genitori, perché non riesco più a vederli: nei miei ricordi sono inconsistenti, svaniscono come Anchise negli Inferi quando il figlio, Enea, cerca di abbracciarlo. Ma se penso "Geo", se penso "Giannina", mi vengono in mente le loro parole, e le parole con cui mi rivolgevo loro. E tornano a vivere.

Barbara Faverio

b.faverio

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