Lunedì 11 Ottobre 2010

Spataro: "Riforme
solo per Berlusconi"

di Paolo Moretti

Nella bussola di Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano, il Nord è «il senso del dovere» di un magistrato che non nasconde le sue amarezze, eppure sa ancora affermare convinto: «Ne valeva la pena».

Lei oggi è a Como, per presentare il suo libro. Parto dal titolo che lei ha scelto per chiederle: ne valeva la pena?
Nel titolo manca il punto interrogativo, e non è un caso. Il percorso e l'esperienza professionale che racconto sono costellati di pagine dolorose, e non mi riferisco solo ai colleghi che non ci sono più, ma il senso del libro è che in ogni situazione, nonostante le amarezze, il senso del dovere è la stella polare da seguire. Si può andare  incontro a delusioni, attacchi, perdite dolorose, ma andiamo avanti. Sì, ne valeva la pena.

Il libro inizia con la vicenda Abu Omar, l'imam di Milano rapito nel 2003 da agenti della Cia e del Sismi e portato in Egitto. Un'inchiesta che lei ha condotto, tra mille polemiche, assieme al collega Pomarici. Dev'essere stata la scintilla che l'ha spinta a scrivere, visto che questa vicenda torna lungo tutto il racconto.
In effetti mi ha lasciato un'amarezza profonda. Due governi di distinto colore politico, Prodi prima e Berlusconi poi, pur in disaccordo su tutto, si sono trovati d'accordo nell'opporre il segreto di Stato alla magistratura su questa inchiesta. Una sorpresa e un'amarezza, perché in una vicenda che ha visto il Parlamento europeo elogiare in risoluzioni formali il lavoro di polizia e magistratura italiana e che riguarda la violazione dei diritti umani, ci saremmo aspettati aiuto, non ostacoli. Da qui è nato lo spunto di scrivere.

Come mai intrecciare questo caso con, ad esempio, il racconto della lotta alla mafia del Nord e al terrorismo?
Il libro alterna capitoli che riguardano in ordine cronologico esperienze professionali, con capitoli sulla vicenda Abu Omar di cui vengono trattati più gli aspetti politici. Per quanto mi riguarda tutto si lega, il passato, il presente, l'amarezza per le persone stupende che non ci sono più, per il periodo tremendo che stiamo vivendo tra riforme e proposte di riforma che devastano il nostro sistema giuridico. Tutto si lega.

Lei si è occupato di lotta al terrorismo e alla mafia. Quale tra queste due piaghe è stata la più difficile da combattere?
Comincio dai punti di identità: in un campo e nell'altro strumenti di lotta decisivi sono la specializzazione della magistratura e delle forze di polizia. Poi c'è l'aspetto della legislazione sui collaboratori di giustizia, la cui applicazione si è rivelata importante nel contrasto di ambedue i fenomeni. Per quanto riguarda le diversità basti dire che l'impianto storico del terrorismo è risalente agli anni Settanta, la mafia è radicata fin dalla fine dell'Ottocento. Questo già spiega che contrastare la mafia significa aggredire situazioni gelatinose che spesso si possono creare.

Recenti inchieste della Dda di Milano hanno dimostrato un livello di infiltrazione preoccupante. È davvero così?
Ovviamente non conosco le ultime indagini. Però posso affermare che ciò che è emerso non è altro che la logica prosecuzione di un quadro già messo in evidenza negli anni Novanta, ovvero il profondo radicamento della 'ndrangheta. Dal '92 al '99 si sono portate avanti indagini che hanno dimostrato come il trasferimento al nord degli interessi della malavita ha determinato un'intrusione e un controllo da parte delle "famiglie" nel campo delle attività economiche. Ricordo, tanto per fare un esempio, il ruolo di primo piano dei Paviglianiti nel Comasco e dei Coco Trovato nel Lecchese. Famiglie che si erano impadronite di risorse economiche e commerciali e alle quali perfino qualche amministratore rendeva omaggio.

Oggi è più facile la lotta alla malavita?
Paradossalmente era più facile in passato. Oggi paghiamo il dazio di una legislazione più restrittiva sui pentiti e di vicende come il caso Spatuzza. Non so se Spatuzza dice il vero, ma mi ha stupito e preoccupato che la commissione gli abbia negato il programma di protezione.

Ha parlato molto di amarezza. Quali i momenti peggiori? E quali i migliori?
Il momento più amaro è coinciso con la morte di colleghi, penso a Alessandrini, a Guido Galli (ucciso da esponenti di Prima Linea, ndr) o a Falcone e Borsellino. Ma c'è anche una amarezza di tipo diverso, legata alle aggressioni e agli insulti rivolti alla magistratura. Tra i momenti splendidi c'è il ricordo del lavoro con Galli, e un momento che descrivo nel libro quando, chiamato dal Parlamento europeo per il caso Abu Omar, alla fine della mia relazione il presidente della Commissione ha ringraziato ed elogiato l'indipendenza della magistratura italiana e un applauso si è levato dall'aula. Un momento di grande commozione perché erano applausi che onoravano tutta la magistratura italiana.

Un atteggiamento ben diverso rispetto a quanto accade o oggi in Italia. Cosa pensa dei progetti di riforma della giustizia?
Vengono messi sul tappeto tanti progetti. Ma sono riforme presentate esplicitamente per fermare i processi al premier. Mi permetto di dire che questo approccio mi meraviglia, perché si invocano riforme condivise, ma vorrei capire di quali riforme si parla. In realtà si tratta di compromessi sui principi, ma i principi vanno difesi strenuamente. Si guardi piuttosto ai problemi reali. È strano che un governo che afferma di avere a cuore il processo breve non si faccia carico dei problemi che allungano i tempi dei processi, a partire dai vuoti di organico. Talune sedi giudiziarie, poi, andrebbero abolite per recuperare efficienza, insomma non ci vorrebbe molto per riformare la giustizia in senso positivo.

Ne vale ancora la pena?
Senza dubbio.

Armando Spataro, «Ne valeva la pena», Feltrinelli, 592 pag., 20 euro.

v.fisogni

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