Lunedì 11 Ottobre 2010

Sarfatti, la donna
che inventò il duce

di Davide G. Bianchi
«Quanto del culto della romanità, innalzato dal regime fascista, fu instillato nella personalità del dittatore da questa profonda conoscitrice della civiltà latina?», si chiede Roberto Festorazzi introducendo il "suo" «Margherita Sarfatti». Quanto le doveva il duce? Molto, anzi moltissimo, a giudizio di Festorazzi (e di Angelo Colla Editore, 431 pag., 22 euro) che hanno scelto di sottotitolare il libro «La donna che inventò Mussolini».
Veneziana, nata in una ricca famiglia ebrea, Margherita Sarfatti (1880-1961) - nata Grassini, e sposata con l'avvocato Cesare Sarfatti - fu certamente una grande protagonista della vita culturale del Ventennio. Come Mussolini, veniva anche lei dalle fila socialiste. Colta e con una spiccata sensibilità artistica, teneva una rubrica d'arte sull'Avanti!, da cui prese lo slancio per dare vita, nel 1922, al «Gruppo del Novecento», dove si raccoglieva l'avanguardia artistica milanese (e non soltanto). Divenuta vedova, si dedicò alla biografia del capo del Fascismo: ne scaturì un libro di straordinario successo - la prima edizione apparse in inglese, con il titolo The life of Benito Mussolini - tradotto in tutto il mondo, che diede alla sua autrice fama e denaro e, di fatto, consegnò Mussolini al mito. Nel momento in cui il regime si accingeva ad approvare le leggi razziali, dovette tuttavia riparare all'estero, in Sud-America, vivendo di giornalismo. Sarebbe rientrata in Italia solo dopo la caduta del Fascismo, nel 1947, ritirandosi a vita privata nella villa di famiglia a Cavalasca, dove morì a ottantuno anni. Sulla sua vita sono disponibili due biografie: quella "classica" di Sergio Marzorati («Margherita Sarfatti: saggio biografico», Nodo libri, Como, 1990), che con la Sarfatti fu costantemente in contatto quando fece rientro in Italia; e quella più ponderosa, e soprattutto più commerciale, scritta da Philip Cannistraro e Brian Sulllivan: «Margherita Sarfatti: l'altra donna del duce» (Mondadori, 1993).
Cosa aggiunge il lavoro di Festorazzi? L'utilizzo di nuove fonti: in primo luogo, lo storico comasco ha trovato un memoriale inedito di carattere autobiografico - «My fault» - che la Sarfatti aveva scritto nel 1943-44, di cui si sapeva ma che mai era stato individuato e utilizzato. Testo leggendario, sovente citato con il titolo di «Mon erreur» oppure «Mea culpa», tratta dei suoi rapporti con Mussolini, di cui - come è noto - fu intima amica. Inoltre, Festorazzi ha avuto accesso all'archivio privato del barone Werner von der Schulenburg, da cui emergono i contatti che la Sarfatti aveva intessuto con alcuni ambienti tedeschi, già nel 1933, nel tentativo di favorire l'allontanamento di Hitler dalla cancelleria. Un lavoro, quello di Festorazzi, di fine storiografia, che non rimaneggia e ripropone materiali noti, ma che, utilizzandone di nuovi, incide sensibilmente sulla percezione che possiamo avere della Sarfatti.
Una donna di grande levatura, intellettualmente libera, che non merita certo di essere ricordata come «l'altra donna del duce», da aggiungersi a Claretta Petacci! La ricerca di Festorazzi ci restituisce la dimensione del personaggio, a cui Marzorati aveva dedicato la dovuta attenzione, senza però approfondirla in misura sufficiente.
A questo punto è giunto il momento di ricordare che Roberto Festorazzi, con la sua ultima fatica, è arrivato al quindicesimo libro: a quando una cattedra universitaria, magari proprio all'Insubria?

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags