Sabato 18 Dicembre 2010

Consiglio ai creativi:
imparate a scrivere

di Federico Roncoroni

«Prima della scrittura creativa viene la scrittura», diceva, negli anni Ottanta, a New York, il professor Hughes M. Hartphord, introducendo i suoi  corsi di "creative writing". E voleva dire che chiunque, "beginner" o non "beginner", avesse voluto mettersi a scrivere un racconto, un romanzo, una poesia, un dramma o anche soltanto seguire le sue lezioni, avrebbe dovuto dimostrare di conoscere bene l'"english", cioè la lingua, e gli elementi basilari ("basic elements") di ogni tipo di scrittura testuale, dall'ortografia al modo corretto di organizzare le parole per formare un testo coeso linguisticamente e logicamente coerente. Aveva ragione, il terribile professor Hartphord: come puoi scrivere un racconto o un romanzo, se maltratti la lingua in cui scrivi, se non sai mettere insieme un testo che stia in piedi, se non sei capace di descrivere decentemente qualcosa e neppure di esporre in modo chiaro un'idea o un progetto, di raccontare un fatto in modo coinvolgente, di proporre uno straccio di giudizio intorno a un film o a uno spettacolo o di sostenere un'opinione? Così, nei fine settimana, quando correggeva i lavori dei suoi studenti, era preso da violenti attacchi di rabbia che esprimeva con risatacce da orco e sedava tracannando bicchieroni di whiskey, molto più utili, a suo dire, per stimolare la "creativeness" di un corso decennale di scrittura.

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Aveva ragione. Già allora, di fatto, l'insegnamento di "scrittura creativa" - di quella scrittura, che vuole andare al di là della normale attività di scrittura di uso quotidiano, cioè quella professionale, tecnica, giornalistica e accademica per farsi letteratura - era un vero e proprio business: tutti volevano diventare romanzieri, poeti, drammaturghi o sceneggiatori per il cinema, tutte le università avevano corsi ad hoc e in tutte le città fiorivano scuole e corsi. Oggi, poi, è diventata una vera e propria mania: se digitate in Google le parole "creative writing", vi appariranno qualcosa come 71.700.000 (settantunmilioni settecentomila) siti, quasi tutti di proposte di corsi. Ma Hartphord non era il tipo che andava dietro alle mode, solo perché erano di moda. Perciò, sottoponeva agli studenti che volevano seguire i suoi laboratori un ampio questionario mirato a verificare le loro competenze linguistiche e testuali: oltre alla padronanza perfetta dell'inglese, la capacità di sintetizzare un testo in un numero progressivamente minore di parole, di descrivere un cane o un gatto in maniera tale che si capisse che erano un cane o un gatto, e di individuare i punti deboli di un'argomentazione, nonché la conoscenza dei maggiori autori della letteratura di tutti i tempi e di tutti i paesi. E quelli che non superavano il test erano invitati a ripresentarsi, se proprio ci tenevano, il semestre successivo. Era bravo, Hartphord, e amatissimo dai suoi discepoli. Tuttavia, quando lasciò l'insegnamento per occuparsi dei suoi, di racconti, era deluso. Mi disse - nel bell'italiano che aveva imparato da giovane ascoltando Rossini, Verdi e Puccini e poi ripulito sulla lingua viva della sua prima e terza moglie, che erano fiorentine - cose che rivelavano uno stato d'animo di disincantata tristezza. Aveva avuto molti bravi allievi, diceva, ma solo due volte - l'immagine è sua - aveva visto nascere dalla crisalide di un corsista la farfalla di uno scrittore; per di più, confessava, quei due suoi allievi probabilmente sarebbero diventati famosi anche senza di lui, perché se lo erano diventati, ciò era dovuto più alla qualità del legno buono su cui il falegname aveva lavorato che non a lui, il falegname. E gli altri? Gli altri o avevano rinunciato alle loro ambizioni letterarie  o, ahimè, erano diventati a loro volta insegnanti di "scrittura creativa". I casi che citava sempre come esemplari, erano due: quello di Raymond Carver, che a suo dire sarebbe diventato Raymond Carver anche se non avesse frequentato i corsi di "creative writing" di John Carter; e, per quanto lo riguardava direttamente come docente, quello di una sua allieva che si era impadronita fulmineamente di tutte le tecniche narrative possibili e manipolava con straordinaria abilità trame, fabulae  e intrecci, flash back, sistema dei personaggi e via dicendo, ma non sapeva raccontare in modo corretto, coerente e coinvolgente neanche cosa aveva fatto il giorno precedente, né in prima né in terza persona singolare («Ieri mi sono alzata presto…»/ «Quel giorno Judith si alzò presto…»); in compenso, sapeva cucinare meglio di Babette e, dopo essere stata la sua seconda moglie, divenne la cuoca di uno dei più raffinati restaurant di New York.
Dagli Usa le scuole di "scrittura creativa" sono naturalmente sbarcate in Europa e anche in Italia, dove hanno avuto un successo straordinario. Da noi, non è un segreto, ci sono più persone che scrivono che persone che leggono: più scrittori che lettori. Tutti vogliono scrivere. I più lo fanno da sé, senza ricostituenti e paracadute. Altri, dopo aver tentato invano la strada del fai da te, si iscrivono  a  una scuola o un corso di "scrittura creativa". Non a caso le scuole e i corsi siffatti prosperano (pochi) o vivacchiano (molti) anche in questa nostra terra di poeti e calciatori. Ce ne sono stati, in passato, alcuni  particolarmente famosi, come i corsi di Giuseppe Pontiggia e di Raffele Crovi, per citare quelli tenuti da amici scomparsi, e ce ne sono di noti anche oggi, come quello di Alessandro Baricco. Qualcosa di buono, bisogna riconoscerlo, questi corsi l'hanno fatto, come del resto anche i corsi di ballo e di cucina, ma per due o tre che hanno avuto successo, che fine hanno fatto gli altri, le centinaia e centinaia di altri? Personalmente, ho sempre pensato che, se esiste, la creatività non si può insegnare.
Dopo l'ubriacatura degli anni Settanta, quando il fraintendimento di alcune intuizioni di Gianni Rodari aveva diffuso, dentro e fuori le aule scolastiche, il mito del "piccolo selvaggio creativo" e della fantasia come liberazione dai vincoli e dagli schemi, la creatività, sorella artistico-letterario-sartoriale della genialità, che sarebbe piuttosto appannaggio degli scienziati e al massimo dei compositori, è un po' riguardata con sospetto anche all'asilo. Di fatto, nel campo della produzione delle opere dell'ingegno, si è tornati a sottolineare l'importanza della componente culturale nei suoi vari aspetti. L'ispirazione, fedele e romantica compagna della creatività, come è ben noto entra in campo, nella produzione di un racconto, di un romanzo o di una poesia, soltanto in ragione del 10%. Il resto, il 90%, è "traspirazione", cioè fatica, impegno, applicazione e studio.
Volete imparare a scrivere romanzi, racconti, poesie, drammi e sceneggiature? Come diceva Hughes M. Hartphord imparate prima a scrivere. La "scrittura creativa" o, come qui, in Italia, tra noi, è meglio chiamarla, "scrittura letteraria", viene dopo la scrittura di uso quotidiano o scrittura pragmatica («che serve a fare qualcosa») o sociale («che è spendibile nella vita di relazione di tutti i giorni»), e non prima: è, semmai, un punto d'arrivo e non un punto di partenza. In altre parole, saper scrivere volta a volta, a seconda del bisogno, i testi di impiego più frequente nel campo dei rapporti interpersonali e in quello delle professioni (descrizioni, relazioni, commenti critici, avvisi, pareri, saggi scientifici o divulgativi, articoli di cronaca o di costume, recensioni, risvolti di copertina, ricettari, voci enciclopediche, biografie, messaggi pubblicitari, articoli di fondo e discorsi), è più importante che scrivere un romanzo o un racconto o una poesia. O, per lo meno, è più utile, se non altro perché permette di destreggiarsi nella vita e nel mondo del lavoro. Ed è anche possibile imparare a farlo, perché è possibile insegnarlo. Se poi le tecniche e gli espedienti di cui ci si è impadroniti per imparare a scrivere correttamente "testi d'uso" funzioneranno come elementi propedeutici alla "scrittura creativa", cioè alla scrittura di un testo letterario, come un racconto e un romanzo, tanto meglio. 

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Per questo, e per ragioni che molto hanno a che fare con l'affetto, la stima e la riconoscenza, ho dedicato il mio "Manuale di scrittura NON creativa", oltre che ai miei studenti, alla memoria del prof. Hughes M. Hartphord, alle sue lezioni e ai suoi insegnamenti, e alle risatacce cui si lasciava andare quando i suoi aspiranti scrittori di successo inciampavano in errori di ortografia, di morfologia e di sintassi, o argomentavano tesi che non avrebbero convinto neanche la loro morosa o il loro moroso, o, per dire bello e buono usavano solo nice e good, senza neppure immaginare che per dire quello che volevano dire avevano a disposizione qualcosa come centoventi sinonimi, ciascuno con una precisa sfumatura di significato.

v.fisogni

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