Sabato 01 Gennaio 2011

"Quell'anno sul lago
in aiuto a mio padre"

di Grazia Lissi

«Scriva che vengano a trovarmi a teatro perché sono già con un piede nell'aldilà» dice Paolo Poli. Fino al 9 gennaio è in scena al Teatro dell'Elfo di Milano con "Il mare" tratto da "Il mare non bagna Napoli" di Anna Maria Ortese. Sarcastico, ironico e irriverente il grande attore ci svela la leggerezza di vivere.

Bambino come si immaginava da grande?
Non mi immaginavo affatto. Vivevo il presente. Ho sempre saputo di essere adulto anche da piccolissimo. Mia madre, maestra montessoriana, credeva nel dettame di Rousseau: «Il bambino è perfetto; sbagliata è la società».
Come ricorda i suoi genitori?
Ho goduto mia madre finché non ha avuto novant'anni, mio padre invece è morto a cinquanta, faceva il ferroviere. Si è ammalato presto di tubercolosi, ricordo che per guarire trascorse un anno sul Lago di Como dove c'era un'aria buona ed io lo passai con lui. È stato il periodo in cui siamo stati più vicini.
Cosa le hanno insegnato?
La sopravvivenza, sono nato durante la Seconda Guerra. Più che gli insegnamenti didascalici si impara con l'esempio. Meno chiacchiere e più comportamenti giusti. Mio padre era spiritoso mia madre molto affettuosa. Meglio di così non mi poteva capitare.
Siete in sei fratelli. Cos'ha significato per lei crescere in una famiglia numerosa?
I miei genitori lavoravano, siamo stati cresciuta dalla nonna materna. Vedevo la mamma e il papà sola la sera, ci parlavamo un po' e poi andavamo a letto. Da giovani bisogna andare a letto presto. Eravamo tre fratelli maschi e tre femmine, con l'andare degli anni ci siamo diradati. Io sono il terzo, Lucia era la più piccola, abbiamo dodici anni di differenza. Le facevo fare i compiti, la portavo a scuola e andavo a parlare con i suoi insegnanti, le sceglievo le scarpe da comprare. Mi piaceva occuparmi dei fratelli più piccoli.
Ha mai inventato un gioco per loro?
Facevo Biancaneve e tutti i personaggi. Loro ridevano come matti.
Quando ha capito che sarebbe diventato un attore?
Subito. Il teatro per me è stato dapprima un gioco poi un mestiere.
Non le bastava fare l'università e poi insegnare?
Ma c'era anche il divertimento. Nell'epoca fascista lo chiamavano "dopolavoro".
Ha lavorato per il cinema, la televisione e i caroselli. Si è mai rivisto?
No, mi detesto. Mi piace solo rivedere gli altri oppure vestirmi con tanti costumi diversi per non riconoscermi più.
Nel suo teatro ha sempre utilizzato le canzoni. Perché?
Hanno una letteratura più sciatta dei versi dell'Ariosto o del Tasso ma posseggono un grandissimo potere evocativo.
Se volesse raccontare la sua vita con una canzone canterebbe?
Non ce l'ho una canzone per me. Le canto per gli altri, la mia vita non mi interessa. Ho scelto un mestiere per cui dimentico in continuazione la mia realtà borghese biologica. Non mi piace ripescare la realtà naturalistica nonostante mi sia laureato in letteratura francese con una tesi sul teatro naturalista.
Qual è il lato peggiore del suo carattere?
La frivolezza, ma è anche la mia qualità. Il bene e il male sono così aggrovigliati che è difficile dividerli in maniera manichea come faceva Sant'Agostino dopo la conversione.
Crede nel destino?
No assolutamente no.
E nel caso?
Men che meno.
Ha mai raccontato fiabe ai suoi nipoti?
Faccio un mestiere itinerante, li ho visti poco quand'erano piccoli. Ho frequentato Andrea, il figlio di Lucia, vivono vicino a me. Gli ho letto Pinocchio quando non sapeva leggere.
Anni fa ha portato Pinocchio alla radio, ma non a teatro…
È difficile trasportare questo testo. È nato a puntate per un giornalino, in ogni puntata il povero Carlo Collodi doveva mettere uno spavento, una gioia, una considerazione morale e una cosa comica. Mangiafuoco mi è sempre stato simpatico, sarebbe il cattivo tradizionale ma invece è lui che dà le monete d'oro a Pinocchio e fa scattare il giallo nella storia.
Se volesse interpretare oggi un personaggio di Collodi chi sceglierebbe?
La Fata Turchina. È cattivissima. Sta alla finestra e dice: «Sono morta». Perché stai lì a guardare? Chiede Pinocchio. «Aspetto la bara che viene a portarmi via». Che bella trovata, la fata è cattiva e l'orco invece è buonissimo.
Si indigna ogni volta?
Quando si è molto vecchi come me, dopo gli ottanta anni, le fierezze dell'indignazione o le grandi speranze si attenuano. Non ho più grandi accensioni ormai per nulla.
Come vive il passare degli anni?
Bene. Nonostante la gente si affanni il tempo scorre come vuole: è una numerazione inventata. La gente vive l'attimo. Quando aspetto l'autobus mi sembra un secolo, quando sono felice passa tutto in un momento…
Così credo vada anche per gli altri.
Crede di essere stato più amato o di avere amato?
Non mi è mai interessato essere molto amato. E quel poco che ho amato lo ricordo con gioia e allegria.
Ha rimpianti?
No. Non ho mai atteso che gli altri inventassero la mia vita, l'ho fatta da me. Ho scelto un lavoro artigianale ma molto simpatico.
E sogni?
Non sogno mai, realizzo. Solo i romantici sognano, non è mai stato il mio caso.
Vuole fare un augurio per il 2011?
Rimbocchiamoci le maniche, dobbiamo lavorare anche se il momento è brutto e triste. Non stiamo ad aspettare che si muova la stella cometa. Quella si è mossa solo per Gesù bambino, non per Napoleone come vorrebbero farci credere.

v.fisogni

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