Segantini sulle vette
del "divisionismo"

La mostra «Segantini» è in corso alla Fondation Beyeler, Riehen, Basilea (Baselstrasse 101, tel. 004161-6459700), fino al 25 aprile. Orari: tutti i giorni 10-18, mercoledì 10-20. Ingresso: intero Chf 21, ridotto Chf 18. www.fondationbeyeler.ch - L'interesse, per Como, è anche legato al fatto che l'artista visse a Pusiano e dipinse paesaggi della Brianza.

Segantini sulle vette del divisionismo
di Emma Gravagnuolo

Sembra la trama di un romanzo la vita del pittore Giovanni Segantini: cresciuto nella miseria diventa uno dei più grandi artisti dell'Ottocento, icona del divisionismo e del simbolismo. Nato nel 1858 ad Arco, allora Tirolo austro-ungarico, a soli sette anni perde la madre. Il padre Agostino, venditore ambulante di chincaglierie in perenne crisi finanziaria, lo porta a Milano per affidarlo alla sorellastra Irene. Ma nel 1870, Giovanni, viene perfino arrestato per vagabondaggio e internato al riformatorio Marchiondi. Tenta di evadere, esce nel 1873 grazie all'intervento del fratellastro Napoleone che gli insegna le basi della fotografia nella sua bottega in Trentino. Giovanni però preferisce tornare a Milano, s'iscrive all'accademia di Brera e frequenta i corsi serali. Studia con passione i pittori del naturalismo lombardo, diventa uno degli artisti più dotati della scuola milanese. Conosce Bice Bugatti, sorella del designer di mobili Carlo, che diventa compagna inseparabile e in seguito madre dei suoi quattro figli. La sua solitaria meditazione e la ricerca spasmodica del colore e della luce lo portano a spostarsi in Svizzera, prima a Savognin nei Grigioni, e poi a Maloja, in Engadina. Qui, il verismo delle sue opere si evolve verso nuovi interessi allegorici e letterari, intraprende una progressiva e costante purificazione dei mezzi espressivi, grazie alla quale arriva ad anticipare le grandi svolte formali del Novecento. Dalla fine degli anni Ottanta, le sue opere raggiungono una discreta fama a livello internazionale, partecipa alla Mostra italiana a Londra del 1888 e all'Esposizione Universale di Parigi del 1889. Segantini muore a soli 41 anni quando un attacco di peritonite lo coglie sull'innevato monte Schafberg a 2730 metri d'altezza, mentre lavora al celebre Trittico delle Alpi. Le sue ultime parole sono: «Voglio vedere le mie montagne». Oggi la Fondazione Beyeler ne ripercorre la carriera con una mostra straordinaria. Curata da Diana Segantini, pronipote dell'artista, Guido Magnaguagno e Ulf Küster, raccoglie quarantacinque dipinti e trenta disegni che risalgono a tutte le sue fasi di attività. Lo sviluppo cronologico della rassegna segue scrupolosamente la scansione geografica, intitolando ogni sezione con il nome di volta in volta abitato dall'artista. Si comincia con le opere giovanili, paesaggi urbani e ritratti, dettate dal naturalismo lombardo ed eseguite durante gli studi a Brera. Tra queste spicca, Naviglio a ponte San Marco, un dipinto importante del periodo milanese dove si osserva tutta l'esplosione di una positività attraverso colori forti ricercati per descrivere un ambiente urbano che nell'immaginario del pittore era sempre più scuro. Al soggiorno in Brianza (1881-1886) fanno parte i primi capolavori, come il celebre Ave Maria a trasbordo ispirato al realismo di Millet. A Savognin (1886-1894) nascono gli splendidi grandi quadri dedicati alla natura. Come l'assorto dipinto "L'ora mesta" dove una donna seduta ai margini di un campo, con vicino una mucca e una pentola su un fuoco acceso, è immersa nella profonda solitudine della montagna. O il "Ritorno dal bosco" di una ragazza con la slitta carica di legna che attraversa un ovattato paesaggio bianco; o ancora l'ardito "Preghiera ai piedi della Croce", dove Segantini dipinge solo i piedi inchiodati di Cristo e lascia l'immagine a una contadina china in preghiera, il viso nascosto tra le mani, e una lunga fila di pecore che si snoda intorno alla scena. L'artista comincia a sperimentare il divisionismo, dispone le trame cromatiche sulla tela per tocchi di colore puro steso con lunghi filamenti. Tecnica che perfeziona ancora di più dal 1894 quando si trasferisce con la famiglia a Maloja. È qui che trova la dimensione perfetta per la sua immersione totale, emotiva, spirituale nella natura. Fugge da un mondo che sentiva soffocante, per cercare la luce più pura, più piena, una luce che rivela le cose nella loro essenza. Da quel momento i suoi lavori saranno sempre più caratterizzati da pennellate lunghe, veloci, perfette per intrappolare questa luce di una natura potente e indomita. Come in "Mezzogiorno sulle Alpi"dove la giovane ragazza cerca di difendersi da un sole assoluto e accecante. Suggestivo l' "Autoritratto" del 1895 dove l'artista presenta di sé un'immagine quasi teatrale, che riflette una personalità solitaria, perfino enigmatica, capace di sfidare le avversità. In grandi dipinti come "Primavera sulle Alpi" (1897), la luminosità delle terse atmosfere alpine non è più solo mezzo d'indagine e verosimiglianza del reale, ma segno di trascendenza e d'idealistica astrazione.

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