Pellico e la fede, tutto merito di Volta

La conversione del patriota nel carcere dello Spielberg non fu improvvisa ma maturò grazie allo scienziato comasco

Pellico e la fede, tutto merito di Volta
"Le mie prigioni" di Silvio Pellico, che ora viene ripubblicato nella collana Romanzi d'Italia edito dalla Bur Rizzoli, divenne celebre non tanto per il contenuto storico quanto per il taglio della narrazione. Infatti era certo importante una testimonianza dal vivo della tremenda esperienza compiuta dall'autore nel carcere duro dello Spielberg, una fortezza morava dove Pellico, condannato con altri dal regime austriaco per sedizione (l'appartenenza alla Carboneria) a vent'anni di reclusione, dal 1820 al 1830, poi ridotti a dieci per effetto di una grazia dell'imperatore. Ma quel racconto delle vicissitudini subite era balzato al culmine della celebrità subito dopo la sua pubblicazione nel novembre 1932 per una peculiare caratteristica che lo rendeva unico: la levitazione ottimistica capace di trasformare la descrizione delle torture in un inno alla solidarietà umana che affratella gli individui cancellandone la diversa posizione sociale, carcerati e carcerieri, giudici e giudicati, autorità e sudditi. Il senso di appartenenza ad un'unica natura con una sorte comune non può che attivare la pietà per le miserie del corpo, le debolezze e le incertezze della coscienza, facendo sì che l'arma dell'aguzzino cada da una mano improvvisamente divenuta soccorrevole. E tutto ciò in grazia di una regola superiore alle convenzioni, l'animo cristiano. Questo è il calore che infiamma tutta la narrazione, il segreto della sua persuasiva immediatezza.
Nell'introdurre la nuova edizione del libro, Luciano Canfora riconosce la caratteristica di questa impostazione, non nascondendo tuttavia il fastidio per la sua linearità che definisce «una monocorde ispirazione a tesi», un «ancoraggio mistico», almeno a tratti troppo «conforme al modello della perfetta letizia», per fortuna «temperato dalla vivacità degli episodi e dei dialoghi» giustamente definiti di stampo «quasi scenico». Per Canfora il pregio maggiore è dunque, «al di là dei voli pindarici edificanti», il valore documentario del racconto, ancora oggi inalterato, e il suo essere «un manuale di autodifesa del detenuto», un abito mentale imposto dalle tristi circostanze. Un modo cioè di sentire e di proteggersi non acquisito da tempo, ma assunto sul momento. La conversione religiosa sarebbe infatti avvenuta seduta stante, la notte stessa dell'arresto. Con un effetto a dir poco "fulminante", producendo un "crollo", tant'è vero che lo stesso Pellico nel capitolo terzo l'ammette: «Quello fu il primo momento che la religione trionfò nel mio cuore».
L'affermazione sembrerebbe indubitabile, se non fosse seguita, nei capitoli seguenti, da altre considerazioni che smentiscono perlomeno la subitaneità della conversione. Per esempio (cap.VI) quando viene concessa al detenuto la lettura della Bibbia: «Questo divino libro, ch'io aveva sempre amato molto, anche quando pareami d'essere incredulo, veniva ora da me studiato con più rispetto che mai». Ancora: «Siffatta lettura non mi diede mai la minima disposizione alla bacchettoneria… bensì mi insegnava ad amar Dio e gli uomini…Il cristianesimo, invece di disfare in me ciò che la filosofia poteva aver fatto di buono, lo confermava, lo avvalorava di ragioni più alte, più potenti».
Così nel testo. Ma c'è molto di più, che smentisce la tesi del professor Canfora. Silvio Pellico ebbe una svolta spirituale negli anni fra il 1816 e il 1820, allorché, transitando a Como per recarsi al Balbiano di Campo, la villa del conte Luigi Porro Lambertenghi presso il quale aveva funzione di precettore dei figli, incontrò un cattolico fervente e un sommo scienziato, il conte Alessandro Volta. Dall'epistolario del Pellico si trae notizia che soggiornò per qualche periodo in Borgovico: fu allora appunto che ebbe la possibilità di avere dei lunghi colloqui con lo scienziato, al quale confidò i dubbi che lo tormentavano nel condividere con autorevoli amici milanesi le idee illuministe poi espresse sulle pagine del Conciliatore. E Volta paternamente lo indusse a riflettere sulle ambiguità del pensiero ateo, negando le false certezze e lo "stil volpigno" dell'ironia volterriana se posti a confronto con il messaggio evangelico e in genere con la dottrina del cristianesimo.
Il sunto di questi colloqui si trova in un lungo carme (58 terzine d'ispirazione dantesca) che Pellico scrisse intorno al 1834. I versi, come la maggior parte della produzione poetica del Pellico, sono zoppicanti, ma ciò che comunicano è chiarissimo. «Io dissi qual m'affliggessero dubbi sciagurati sovra i destini a umanità prefissi», rivela il Pellico al suo interlocutore, e il Volta con dolce fermezza, «ergendo al cielo la cerulea pupilla generosa» gli fa presente che negli anni giovanili ebbe anche lui qualche incertezza ma con la maturazione comprese tutta la vanità della superbia umana. Ogni nuova scoperta scientifica lo convinse a piegare il capo, «sì che a Natura io lacerassi il velo, sempre d'Iddio vidi innegabil segno», così che «nel Vangel lo sguardo figgo come ne' cieli ed in lui sento tutto il poter di verità gagliardo».
La fede nel Pellico non fu dunque una folgorazione, ma una lunga conquista e davanti al carcere le parole del Volta, conservate nella memoria, vinsero tutte le incertezze. La fede lo sorresse nella buia cella dello Spielberg, lo accompagnò durante tutta la sua vita, lo rasserenò negli ultimi istanti. E lo indusse a ringraziare con enfasi il maestro che «a piè del Signore» gli infuse «sollievo e forza ed alti disinganni» nei momenti in cui lo spirito doveva reggere alle sofferenze del corpo e respingere la nebbia della disperazione.

Alberto Longatti

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