Martedì 08 Febbraio 2011

Tra i fantasmi del passato
in una Inverigo scomparsa

Il nostro territorio, di questi tempi, sembra avere un ascendente particolare sugli scrittori, vista l'originalità con cui lo descrivono, all'interno di storie che lasciano il segno. È la volta di Maurizio Cucchi, uno dei maggiori poeti italiani di oggi, che negli ultimi anni ha incrociato le sorti del romanzo e ora pubblica il terzo, in libreria da oggi, pubblicato da Mondadori, con un titolo curioso, "La maschera ritratto" (144 pag, 18 euro), che deriva da un'usanza della Milano tra sette e Ottocento, raccontata dal Rovani nel suo grande romanzo "Cento anni", quella di farsi dipingere la maschera con la faccia di un personaggio famoso, per poi dar luogo a scherzi, anche di cattivo gusto.
Premettiamo che questo libro è molto bello e intenso, soprattutto nel raccontare il pudore dei sentimenti, nella ricerca di scoprire chi siamo in realtà veramente. In pratica si tratta di andare oltre la maschera, per mettere a punto che cosa si cela realmente nel nostro modo di essere. È quello che deve fare il protagonista di questa storia, che compie un viaggio nel tempo, ma anche nei luoghi, per scoprire le verità che stanno dietro alla morte del padre e anche del nonno, entrambe avvolte da circostanze misteriose. La prima parte riguarda il padre e una realtà tutta milanese e comasca; la seconda invece ruota intorno al nonno e porta in Sicilia, a Catania, alla ricerca di risposte che servono non solo a lui, ma anche alla madre, un personaggio forte in questo libro, in questi suoi silenzi che creano misteri intorno alla sua allegria.
La prima parte del romanzo riguarda il nostro territorio e fotografa un tempo lontano, quello di un'Italia anni Cinquanta che si riesce a immaginare solo in bianco e nero, come certi filmati sfocati che ogni tanto passano in tv. Cucchi ci descrive con tratti essenziali la Milano periferica della Bovisa, quella delle case popolari, in un'ottica che è diversa da quella di Testori: qui la partita si gioca sul valore della memoria, più che sulla istanza della realtà come avveniva in Testori.
Naturalmente c'erano allora le gite fuori porta, che erano dei veri e propri viaggi, con le Ferrovie delle Nord e qui Cucchi ci mostra tutto l'incanto tagliente dello sguardo infantile. Ricorre spesso il nome di un paese, Inverigo, località di collina, di cui aveva parlato anche Stendhal, che è al limitare della provincia di Como, nella Brianza più bassa. C'è soprattutto il ricordo di una domenica speciale, quella che inizia con il padre che lo porta a vedere la sua officina e poi continua con il viaggio fuori città: «Siamo partiti verso la Brianza, e io, dietro, aggrappato a lui, senza nessun altro, ero proprio felice. Ricordo che a casa mi aveva già parlato di Inverigo. Chissà perché. A me piaceva il nome, e mi piaceva di più perché piaceva a lui. Però, intorno, era davvero tutto di un bel verde, per me insolito, strano. Fresco, non come quello piatto e lurido che c'era attorno all'officina in via Candiani. Salivamo per i tornanti, e vedevo solo poche case sparse». Era questa degli anni Cinquanta un'altra Brianza.
Oggi tutto è cambiato, visto che fa dire al suo protagonista: «Una volta ci sono venuto anche da solo, col treno, qualche anno fa, per tornare al mio ricordo. Cercavo il centro, l'abitato di un paese, e ho trovato solo un bar, una chiesa, una villa col parco, qualche casetta opaca, insignificante. Sono tornato alla stazione e ho chiesto a un ferroviere: "Ma dov'è il paese? Dov'è Inverigo? Dov'è il centro?". Lui mi ha guardato un po' perplesso, poi ha fatto un vago gesto con la mano, verso la valle, verso il verde indifferente, dove sapevo del famoso orrido».
È una prima parte che si dipana quindi tra la Milano della periferia Nord, la Brianza e il confine con il Canton Ticino, a Uggiate. E infatti il protagonista quando parla della gita con la Lambretta a Inverigo, dice: «Strano che non avesse pensato di farmi arrivare fin lassù, dai suoi amici di confine». Cucchi introduce brevi accenni a questo paese che diventa cruciale nella storia, perché lì ha trascorso le ultime ore il padre, suicidatosi in circostanze misteriose. Il ritorno al paese, l'incontro con la gente che può ricordare, è una delle parti più belle del romanzo. Da uno dei racconti nasce una riflessione del figlio: «Chissà cos'avrà fatto... Chissà come sono state lunghe quelle tre ore. In un posto del genere, poi, dove non c'è niente, e allora ancora meno. Sarà stato a gironzolare in mezzo ai boschi, o per quelle strade che forse gli ricordavano qualcosa. E forse, in quel pomeriggio che doveva per forza essergli sembrato così lungo, interminabile, non era più tanto deciso e chissà quante volte, anche, ci aveva ripensato.
Io credo che soprattutto, però, sia tornato a vedere altri posti dov'era stato felice, anni prima, quando veniva qui per una vacanza semplice, senza pretese, con la moglie giovane che amava e lo seguiva, con il bambino ancora piccolo».

Fulvio Panzeri

b.faverio

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