Domenica 20 Febbraio 2011

Visconti e l'ira funesta di Testori
Da amico a nemico, per un film

di Giancarlo Vigorelli

Dall 'imbarcadero di Cernobbio, dietro una parata di alberi si intravvede, a finestre sbarrate, la villa dell'infanzia e dell'adolescenza di Luchino Visconti, oramai svuotata anche dei suoi ricordi. Villa Erba, quadrata, massiccia, fastosa, neppure di buon gusto, era stata la reggia di sua madre, e lui il principe ereditario a vita di Donna Carla. Ogni eroina di ognuna delle sue regìe di cinema e di teatro non erano, in fondo, che rivisitazioni adombranti quell'unica donna, è il caso  di dirlo, unicamente amata.
«Non c'è un attimo della nostra vita di allora - confidava Luchino - che non si illumini, nel ricordo, della presenza di mia madre - e aggiungeva - vigilante». Erano così le nostre madri, assillanti senza darlo quasi a vedere. «Il ricordo più grato è quello  della prima ora, avanti la colazione: vedo ancora il riverbero dell'incerta luce sul mio violoncello, avverto il peso lieve della mano di mia madre sulla mia spalla»: e quel violoncello ecco che riappare, e la luce è identica, in <+G_CORSIVO>La caduta degli dei<+G_TONDO>, forse anche perché gli era risalita alla memoria l'ombra di un poeta che gli aveva mandato alcuni versi intitolati <+G_CORSIVO>II violoncello<+G_TONDO>.
A palazzo Visconti di Modrone di via Cerva, che stava sui Navigli, e dove era nato, era diventata consuetudine, in quei primi anni della prima guerra di avere sempre a tavola un soldato alleato. I francesi erano i più numerosi, poi vennero gli americani - la Milano di Addio alle armi -; e un bel giorno era stato Ia caso il turno di Paul Fort, incontrato che vagava in piazza del Duomo. Luchino allora non aveva ancora dieci anni, non sapeva certo chi fosse il poeta: era amico di Ungaretti e Severini ne sposerà poi la figlia. Luchino doveva avere incantato il suo ospite esibendosi al violoncello, se il poeta ne sigillò il ricordo inviandogli quei versi a tanti anni di distanza: ma anche lui - come rilasciò in una tardiva intervista - era stato colpito dal fascino del personaggio Paul Fort, che raccontando  delle sue notti di terrore nel fango delle trincee «sprizzava poesia con la forza di un geyser».
Musica e Poesia  predestinarono presto la vita di Visconti. Oltretutto nell'aria della Milano d'inizio secolo, a mezz'asta tra l'aristocrazia in calo e la borghesia in trionfo, D'Annunzio aveva imposto le sue credenziali proprio su tutte le nove Muse, a tal punto che, un'atmosfera dannunziana, innocente quanto compiaciuta, investiva palazzo Visconti e in parte Villa Erba, che poteva tutta via difendersene in forza di quel civile romanticismo che dominava il lago. «La sera, quando ero bambino e andavo a letto presto, sentivo nella mia cameretta mia madre studiare al piano la Toccata e fuga  di Cèsar Franck, che poi ho usato in "Vaghe stelle dell'orsa"». E ricorreva  ancora a Franck, in un'altra scena, sempre nel ricordo ossessivo di Donna Carla spettrale in un lungo collier di perle mentre d'improvviso ribatte invano le note del "Preludio": le smarrisce, quelle note, e delira. Adesso che soggiorno spesso a Cernobbio, sono tornato più di una volta nel parco di Villa Erba, trasformata com'è, ma esito a salire la scalinata di faccia al lago, rifiuto di rivedere all'interno stanze e saloni, perché mi sembrerebbe di fare intorno a Luchino, che sotto pelle, anche nell'aldilà, non approva la cessione di quella casa della sua adolescenza: dove sua madre malata, neppure sessantenne, si era chiusa in attesa di morire, e «sino alla fine - come ricorda Laurence Schifano, compartecipe biografa di Visconti - aveva lottato e dato ai figli 1'illusione e 1'immagine della forza e della dignità». Morirà  a Milano, nel gennaio del '39, e Luchino ne era schiantato. Non verrà mai meno in lui, non l'ombra di lei, ma proprio la presenza fisica di sua madre, nella ronda incessante delle magiche apparizioni quotidiane, cangiante soltanto nell'eleganza delle stagioni e dei giorni «con quei metri di tulle di Malines che l'avvolgevano come una nube».
L'ultima volta che l'ho visto fu qui a Cernobbio. Dopo trent'anni e più di incontri saltuari, sempre affettuosi, da milanese, ma anche di pieno rispetto, persine di soggezione: a Milano, a Roma, a Boboli per "Troilo e Cressidra", alla Scala per "La Traviata" della Callas, qua e là un po' per tutte le prime di "Delitto e castigo", dell'Oreste di Alfieri  con Gassman, per i trionfi del "Giardino dei ciliegi", delle "Tre sorelle", di "Zio Vania", del "Macbeth" e del "Duca d'Alba" a Spoleto,  dell'"Impresario delle Smirne" alla Fenice. Insomma, non ho perduto né uno spettacolo né un film, da "Ossessione" a "La terra trema", da "Senso" a "Le notti bianche", dal "Gattopardo" all'"Innocente": e me ne vanto, ora doppiamente che si tende a celebrarlo appena per sentito dire, da distratti comunque da immemori.
Immemori, anche e sopratutto quelli che ne beneficiarono: e debitori del suo genio, volenti o nolenti, dovremmo dirci tutti ed ognuno. Valga il caso di Testori, tra gli ingrati. Duole dirlo, ma devo dirlo. Visconti, nei giorni di lavorazione di "Rocco e i suoi fratelli", "ispirato" secondo i titoli di testa a "II ponte della Ghisolfa", non aveva esitato a rendere pubblica la sua «ammirazione per lo scrittore  Giovanni Testori ed il suo caratteristico mondo»; e, a conferma, firmò in seguito la regìa di altre due sue opere, "La Monaca di Monza", e con tutti i clamori che la accompagnarono "L 'Arialda". Fu la maggiore promozione, da parte di Luchino, di un autore italiano, superiore a quella accordata a Diego Fabbri, del quale anche a rischio portò in porto  due commedie, "II seduttore" e "Figli d'arte".  Quanto a Tomasi di Lampedusa, nonostante i veti di Vittorini e compagni, il suo nome anche fuori d'Italia se lo era già assicurato, ma nessuno potrà negare che Visconti con il suo "Gattopardo" l'abbia portato alle stelle. Oltretutto direi che, messo su un piatto della bilancia il romanzo e sull'altro il film, si stenta a distinguere chi dei due diversi autori sia il romanziere.
Ma retrocediamo a Testori, che per una lontana meschina questione di un provino andato a male riguardante (...), ruppe catastroficamente ogni rapporto con Visconti; e altrettanto in seguito con Zurlini, accusati entrambi di avere, intenzionalmente, maltrattato e sfigurato il suo (...) Visconti, invece, per ben tre volte aveva girato, rifatto quel provino, tanto avrebbe voluto favorire l'amico in pena. Testori, per vendicare l'affronto, aveva distrutto - cosi almeno raccontava anche a me - un suo saggio già in bozze di stampa, peraltro (me l'aveva dato da leggere) di rovente intelligenza ed esaltante: e da allora non permetteva nel suo giro che si nominasse Luchino. Quando venne a sapere che da Roma si era ritirato a Cernobbio, andò apposta un paio di volte di fronte all'ingresso di Villa Erba a lanciare maledizioni, compiaciuto che Dio - il cattolico e ciellino ma per niente cristiano Testori arrivava a tanta bestemmia! - avesse finalmente punito il suo nemico. Alla stessa stregua, quando correva voce che Zurlini era spacciato dal cancro, convinto nel suo narcisismo che Dio fosse dalla sua parte, vedeva anche lì l'esaudimento degli improperi che gli aveva senza pietà scaraventati addosso, sempre per quello stesso provino andato a vuoto.
Forse, se pur era possibile disturbarlo sul lavoro, io avevo chiesto di incontrarlo almeno un istante, anche per reagire in me ali 'orrendo maleficio quasi incolpevole tanto gli era patologico, di Testori. Erano anni e anni allora, che non tornavo a Cernobbio, dagli ultimi giorni della guerra, quando da Lugano eravamo arrivati nella notte a Villa Locatelli a prendere in consegna il generale delle S.S. Wolff: ed era la prima volta che mettevo piede nella idolatrata casa dell'infanzia, felice e morbosa, di Luchino, culla, alcova, bara dell'intera sua vita, e il lago che gliela rimandava da una riva all'altra. Come ora, da sempre oramai, la rimanda anche a me, da un ramo all'altro del lago, il ramo povero e severo di Lecco della mia adolescenza e gioventù, e il ramo nobile, inquieto, arcano di Corno e lassù al Centrolago straziante di beltà.
Avevo salito la scalinata, ma qualcuno mi era venuto incontro a dirottarmi verso le scuderie, dove lavorava al montaggio di "Ludwig": «Se non lavorassi, per la noia mi butterei dalia terrazza. Uno che ha lavorato come me, incessantemente, per trenta o quarant'anni non può restare inerte. Sarebbe come se a un drogato gli togliessero la morfina». Volevo soltanto abbracciarlo, rendendomi conto che in carrozzella come era l'avrei impacciato, e umiliato. Vai avanti a lavorare, come se io non fossi neanche qui, gli dicevo. Invece no, smetto un po', mi fa bene, rispondeva: non senti che qui parlano tutti da "romani de Roma", facciamogli sentire il nostro bel milanese... Venne fuori un'ondata di ricordi. Le prime giornate qui sul lago dopo la Liberazione, e l'avventura di costituire un'autonoma Repubblica della Tremezzina, e aprire all'arrembaggio un casinò tipo Campione per faria sussistere. Poi la venuta di Churhcill a Moltrasio, a Villa Carlotta per cercare di recuperare i suoi carteggi con Mussolini, ma ne sapeva più di me. Infine, rubandoci di bocca il nome del nostro Stendhal, - «a quindici anni salivo a Griante a correre dietro a Fabrizio del Dongo», diceva -; e io la storia di una mia conferenza a Parma, nei '42, quando mi ero buttato a sostenere paradossalmente che l'Italia aveva avuto soltanto tre veri romanzieri - Manzoni, Stendhal, Hemingway -, e la cagnara fascista che ne era seguita, gli interrogatori, le noie. «Oggi mi verrebbe voglia di mettere te, quarto romanziere: Visconti Luchino si scherniva, si tirava indietro, poi però finì per dirmi che forse avevo fatto centro.- risultati e distanze a aprte, la sua ambizione - "la mia vocazione" - era tutto sommato di romanziere. I suoi maestri, i padrini, erano sempre stati Proust e Mann. Quante volte si era proposto, e disposto, a fare un film sulla "Recherche", il suo film su "La Montagna Incantata". Adesso, mezzo paralizzato com'era, girare Proust a Parigi non gli sarebbe più possibile, e neanche Mann a Davos, tra le nevi, il freddo cane. Aggiunse, e fu il congedo: «Non riuscirò a fare neanche i "Buddenbrook", la mia storia di famiglia, che ho sempre avuto in corpo, qui a Cernobbio poi, in questa casa, mia madre che va da una stanza all'altra, quel film non fatto mi batte in testa, mi fa stare male».
In una intervista rilasciata meno di due anni, prima della morte, quel suo irrefrenabile "familienroman" l'aveva tenuto tra i denti, in poche parole: «Un film ambientato in Lombardia dall'inizio del secolo al bombardamento di Milano. Un film che racconti le vicende di mio padre, di mia madre, dei miei fratelli, di tutti i parenti. Un giorno riuscirò a farlo, e allora forse smetterò di fare film su altre famiglie». Il romanziere Visconti, impedito, non è riuscito a fare il suo estremo romanzo milanese, lombardo, italiano: eppure, nell'accorpamento di ogni altro suo film e in parecchi spaccati di teatro, Visconti, da italiano con addosso il grondante incrocio delle contrapposizioni della nostra gente e del la nostra storia ha filmato, come se l'avesse scritto, uno spettacolare multiromanzo europeo, quale forse in questo secolo pochi al tri romanzieri hanno potuto e saputo scrivere, o filmare. Non c'è che Bergmann a stargli al fianco. Quel che in Visconti sorprende, ed è eminente, è la globalità fatale della sua natura e di conseguenza del suo lavoro creativo. Tutto si fonde, niente si confonde. La poetica del dettaglio, in lui, combacia anzi coincide alla poetica. Sbaglia maledettamente chi vuole fare di lui un decadente: la consistenza umana era  intatta, compatta, meravigliosa in lui e si trasmetteva negli altri come un contagio. Una indomita consistenza del vivere, pari ad una febbrile persistenza del creare,  peccato che alcuni usino la parola "decadente" - Luchino così si difendeva - per dire il contrario esatto di quel che significa, per dire "vizioso", "morboso"... Mentre non si tratto di altro che di un modo d'intendere l'opera d'arte, di apprezzarla... Thomas Mann è un decadente? il paragone mi piace molto... Amo i decadenti europei, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Huysmans. Ma sopra tutti amo Marcel Proust e Thomas Mann». Era in buona compagnia, e schierandosi dietro quei nomi voleva anche fare intendere che non era un "intellettuale" del decadentismo: come, altrettanto, accettando e pagandone le contraddizioni, non fu mai un "intellettuale" del marxismo, come erano quasi tutti, invece, e di facile ideologia. Quel suo improprio marxismo aristocratico se pur non gattopardesco, piuttosto illuminista e libertario, che davvero avrebbe potuto riconoscersi nelle impietose parole, tuttavia così pietose, di quel vero e savio poeta che fu Saba: «Sono un comunista che porta il lutto di sua madre, la Borghesia, che è morta». È come dire, allora, che Visconti resta pur sempre un superstite testimone ed interprete di una decaduta Borghesia? Anche Thomas Mann non ha mai potuto non dirsi borgese. Il film non fatto, il romanzo non scritto di Visconti sulla Lombardia dall'inizio del secolo ai bombardamenti di Milano del 1943 sarebbe  stato - allora - l'atto di morte della Borghesia? Con tante altre morti che ci troviamo intorno - ora - andrei adagio a dare una risposta: anche perché quando è un borghese - quel "borghese", quel "decadente" non decaduto - a scrivere, a filmare quell 'atto di morte, forse, come non disperava Thomas Mann nel finale della Montagna incantata, «da quella festa della morte si leverà un giorno l'amore».
Visconti, che era sempre detto "milanese", e lo era di sangue da secoli, e che a Roma, pur avendovi vissuto per anni, riteneva d' esserci  soltanto  "di passaggio", non è morto a Milano,  né qui  a Cernobbio,  ma proprio a  Roma, non nella casa prediletta della Salaria ma in un appartamento di via Fleming. Uberta, 1'adorata  sorella, ombra-luce di  Luchino per tutta la vita e tuttora, ha  raccontato in  tutta verità, e tenerissima  semplicità, il suo ultimo giorno, il 17 marzo del 1976. Avevano ascoltato nel pomeriggio la seconda sinfonia di Brahms insieme.«Alla fine mi ha  guardata e mi ha detto  in milanese:  "Basta, sono stanco". E poi è morto».
Un paio d'anni prima aveva confidato: «Giuro che né la vecchiaia né la malattia hanno piegato la mia voglia di vivere e di fare... Io voglio affrontare  tutto, tutto. Con passione... Perché bisogna bruciare di passione, quando si affronta qualcosa. E d'altronde siamo qui per questo: per bruciare finché la morte, che è l'ultimo atto della vita, non completi  l'opera trasformandoci in cenere». Aveva ordinato d'essere cremato. Le sue ceneri,  peccato, sono state date al vento nei mare di Ischia, e ne ignoro le ragioni. Non qui nel  suo, nel nostro lago. Ma a Villa Erba - ora che è stata in gran parte trasformata dal  1986 in un multicentro espositivo e congressuale, a primario uso e vantaggio del mercato tessile comasco e internazionale, quasi a conferma, anche oggi che le filande sono scomparse che il baco da seta alla fine vince sempre lungo i  due rami del  lago lombardo -, qui su un'ala della sua casa in faccia al lago, vorrei che fosse almeno murata una lapide alla memoria di  Luchino Visconti, dove oltre all'omaggio ai suoi valori di uomo e d'artista trovino posto le sue ultime parole, d'addio alla vita, al teatro, al cinema, al romanzo, al  suo fare  tutto e sempre con  autentica passione; e quelle ultime parole andranno incise, come sono state pronunciate, in lingua milanese: «Basta. Sun stracc».

(© «Memorie» inedite di Giancarlo Vigorelli, tutti i diritti riservati)

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags