Lunedì 28 Febbraio 2011

Quanta storia in quella villa:
chiede solo di essere rispettata

<Vi sono luoghi popolati da storie, suoni, immagini che raccontano e rimarcano la grande abilità dei nostri avi nel coniugare l'armonia delle forme al rigore della sostanza. Ville, giardini, parchi che si affacciano su uno dei laghi più belli del mondo ne sono testimonianza, nonché patrimonio da salvaguardare perché di tutti.
Villa Veronesi (già Cetti) situata sulla punta di Torriggia - oggi al centro di radicali interventi edilizi, voluti dal nuovo proprietario - può essere considerata uno di quei luoghi. La sua storia risale al 1820, quando il lagliese Cetti (barometraio che lavorò a fianco di Alessandro Volta) decise che la punta era il posto ideale per costruire una villa, con il porto che serviva per il carico-scarico delle merci in quella che era diventata la sua nuova attività: allevamento dei bachi da seta e relativa filatura (esiste ancora la filanda nella parte nord, rivolta a Brienno). L'amore e l'impegno per quel luogo trovò voce nell'illustre predecessore ingegner Giovanni Cetti, autore de "Il pescatore del Lario" manuale pubblicato ininterrottamente dal 1862, la paternità dell'opera fu difesa dal figlio Guido Cetti il quale, attraverso un'azione giudiziaria, ottenne che il padre fosse citato come fonte di molti capitoli della edizione del "Manuale del pescatore" edito da Hoepli nel 1922. Negli anni a venire la proprietà passò nelle mani della famiglia Veronesi e non poteva cadere in mani migliori; è noto l'impegno speso dall'avvocato Giorgio Veronesi per la tutela del paesaggio e dei beni artistici e architettonici, sia nel suo ruolo di amministratore pubblico (fu sindaco di Laglio e assessore all'urbanistica della provincia di Como) sia dal punto di vista giuridico che lo vide in prima linea contro l'inquinamento delle acque. «Bisognerebbe sanzionare per legge, come vizio degli atti amministrativi, non solo l'eccesso di potere ma anche l'eccesso di cattivo gusto» affermava tra il serio e il faceto davanti alla sua cara amica, avvocato, ambientalista Raffaella Farina. E così descriveva la villa in uno dei suoi tanti scritti: «È sita in un punto chiave di un percorso storico ancora in parte esistente (anche nella villa) ampliato e sistemato probabilmente da Giulio Cesare per collegare attraverso lo Spluga il passo settimo e il passo Giulio, la Gallia cisalpina con capitale Milano e la Germania attraverso la Coira».
Un cenno molto interessante anche sull'origine del nome "Torriggia": nelle carte medievali si chiamava Turegia (che nel dialetto locale diventava Turigia) a significare un insediamento di difesa e di guardia; mezzo secolo fa durante alcuni lavori di allargamento della strada furono trovate tombe con scheletri di soldati sepolti sull'attenti e con armi in pugno di epoca romana.
Tornando a villa Veronesi: ancora oggi, molti abitanti della zona, ricordano quando negli anni '90 l'avvocato andò a piedi lungo la Valmalenco cercando le piode leggere, simili alle famose pietre di Moltrasio per poi rifare i tetti utilizzando chiodi speciali in rame; parlano della passione botanica e di quanto fosse tenace il suo approccio con ciò che riguardava la custodia del passato. «Penso che le case dove viviamo raccontino molto delle persone che le abitano - afferma Manuela Nuti, presidente del comitato rive di Laglio - e villa Veronesi esprimeva il gusto estetico e il rispetto per l'ambiente di chi ci ha vissuto: i portoni, la grande corte con le meridiane, e il glicine che correva sugli archi, il giardino con alberi secolari e acciottolati a scale che arrivavano al portone della casa dove all'interno tutto era fermo nel tempo: pavimenti in cotto, la grande scala interna, i bagni antichi e la visione del lago che in quel punto offre spettacoli di struggente bellezza e ora…». Ora la punta di Torriggia è stata acquistata dal banchiere russo Igor Kogan, le ruspe lavorano a tempo pieno, il nuovo complesso prevede costruzioni sotterranee, piscine varie, colonnati in "stile" con il rischio di uno stravolgimento della storia locale. «Insomma - conclude - uno dei luoghi più belli del nostro lago scomparirà, diventerà qualcosa di avulso alla nostra cultura, lontano dalla bellezza lineare e semplice delle nostre case e contraria all'etica degli uomini di un tempo che erano davvero al servizio della comunità. L'ignoranza e gli interessi personali dettano il nuovo che avanza e il nostro territorio pagherà un prezzo altissimo».

Marialuisa Righi

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags