Martedì 08 Marzo 2011

E' di santa Guglielma il ritratto
che sfuggì all'Inquisizione

"Su questo monte / ebbe ospitale ricovero / contro l'ira ingiusta del marito / Santa Guglielma". Sono migliaia ogni anno i gitanti e i turisti che, salendo a Brunate, passano davanti a questa scritta, incisa su una lapide accanto alla chiesa parrocchiale di Sant'Andrea. Molti si fermano e si interrogano, incuriositi dalle vicende di quella che uno studioso locale, Fabio Cani, ha definito un'antesignana del femminismo. E anche se si trattasse di un personaggio puramente leggendario, come ha sostenuto un altro studioso, l'architetto ed ex sindaco di Brunate Darko Pandakovic in una pubblicazione di qualche anno fa, ciò non ha impedito a un anonimo pittore di immortalarla in un dipinto quattrocentesco che si trova nella medesima parrocchiale brunatese, né di dare origine a un culto che per decenni ha indotto molte donne comasche, e non solo, ad ascendere al monte sopra la città lariana, poiché si diceva che Santa Guglielma favorisse la produzione di latte per i neonati. Ma la visita più interessante, quanto meno per cercare di esaudire le curiosità indotte dalla suddetta lapide, la santa proto femminista l'ha ricevuta da una professoressa di letteratura inglese e di religione della Northwestern University di Chicago, Mona Alice Jane Newman. Ora il suo saggio "The heretic saint: Guglielma of Bohemia, Milan, and Brunate", datato 2005, è disponibile in formato e-book su Amazon.com.
Le 55 pagine prendono avvio proprio dal paesino comasco e, dopo averci condotto attraverso vicende storiche e fonti documentali che spaziano da Praga a Milano, arrivano alla conclusione opposta rispetto a quella di Pandakovic: che Santa Guglielma è esistita, eccome, e che l'affresco ancora visibile sul "Balcone delle Alpi" va interpretato in maniera molto più realistica di quanto non si sia fatto finora.
Anzi, è l'unica traccia della sua vita terrena, dopo che le sue spoglie mortali furono riesumate e bruciate dall'Inquisizione nel 1300, assieme ai suoi più fedeli seguaci. Le due figure inginocchiate al suo cospetto nel dipinto non sarebbero, dunque, «la beata Maddalena (Albricci, che a Brunate davvero si ritirò in convento attorno al 1420, ndr) e donatore», come si legge anche nel sito Internet della Diocesi di Como, bensì Andrea Saramita e Sorella Maifreda da Pirovano (la Papessa). Inoltre, le mani imposte sul capo della figura femminile non starebbero a indicare né una semplice benedizione, né tantomeno un riferimento alla diffusa credenza che Santa Guglielma guarisse dal mal di testa. Piuttosto, si tratterebbe della consacrazione della sua vicaria terrena, ovvero del primo papa donna, Maifreda appunto, da parte di colei che secondo i suoi apostoli incarnava lo Spirito Santo, simboleggiato dall'anello che calza sulla mano sinistra, mentre sulla destra, levata in alto, ne porta due che rappresenterebbero il Padre e il Figlio.
«L'eretica di Milano divenne la Santa di Brunate» in virtù  di «un'improbabile convergenza di pietà popolare, orgoglio dinastico e solidarietà femminile», afferma la professoressa Newman. Figura chiave, secondo la studiosa, sarebbe Bianca Maria Visconti, discendente della nobile famiglia milanese che aveva aderito alla comunità creata da Guglielma a Milano tra il 1260 e il 1281, quando visse prima presso l'Abazia di Chiaravalle poi in una casa a Porta Nuova. Oltre al celebre mazzo di tarocchi Visconti-Sforza, con una carta dedicata alla Papessa, Bianca Maria avrebbe anche finanziato il dipinto conservato nella parrocchiale di Sant'Andrea. L'uno e l'altro accomunati dal fine di salvare l'eredità spirituale dei suoi avi, cancellata dall'Inquisizione assieme al culto di Guglielma. La discendente dei signori di Milano è anche il trait d'union con Brunate: amica di Maddalena Albricci, sostenne economicamente il suo convento e le donò il famoso quadro. [...] Come gli studiosi che se ne erano occupati in precedenza, anche la Newman teorizza una pressoché totale indipendenza tra la vera Guglielma e la figlia del re d'Inghilterra e sposa del re di Ungheria della leggenda scritta nel '400 dal frate ferrarese  Antonio Bonfadini e rimasticata nel 1642 dal curato di Brunate, Andrea Ferrari. Queste "favole" non sono che "versioni della Moglie Calunniata, uno dei racconti popolari più amati nell'Europa del tardo medioevo", rimarca Newman. [...] A riguardare il quadro di Brunate, dopo aver letto questo piccolo saggio, dà certamente un'emozione diversa: rappresenta la memoria di una donna che su questo monte è sfuggita non già all'«ira ingiusta del marito», ma alla crudeltà, ancor più ingiusta, degli inquisitori. Ci tramanda un messaggio più che mai attuale: Guglielma fondò la sua comunità sul «rispetto», ci ricorda la Nemwan. La «complementarietà dei sessi» era, al pari della «salvezza finale di ebrei, saraceni e pagani», un valore che Guglielma insegnava nell'unico modo davvero efficace: con la pratica e l'esempio.

Pietro Berra

b.faverio

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