Venerdì 11 Marzo 2011

Nella dote di Maria
un destino lombardo

di Emilio Magni

Mio nonno, saggio contadino brianzolo che veniva dall'Ottocento, aveva ogni tanto degli improvvisi slanci di affettuosa gratitudine verso la moglie che, ormai vecchio, chiama ancora «la mia spusa». In questi compiaciuti impeti, che un po' stupivano il mio candore adolescente, il "vecchio" raccontava che la sua sposina Veronica aveva portato in dote ben sei lenzuola di lino, federe tutte ricamate proprio da lei, coperte di lana e camicie da notte che «parevano quelle di una principessa», tanto erano fini e costellate di ricami. Poi aveva portato tante altre belle cose, la nonna Veronica, la quale , davanti a tanti complimenti, si scherniva un po'. Poi però "teneva botta" e tendeva perfino ad aumentare i pregi e i valori di quella lei chiamava la sua "schirpa". Parlava di un gran lavoro di ricamo e di cucito, di tessitura e di maglieria, di notte intere passate con l'ago tra le dita per mettere assieme il suo corredo matrimoniale.
Era bello ascoltare la nonna raccontare perché lei parlava solo in dialetto e solo per modi di dire. Penso che non conoscesse nemmeno il termine "dote", nemmeno "corredo". Lei parlava sempre di "schirpa".  Il termine, in uso fino a qualche decennio fa in tutto il dialetto lombardo, verrebbe, secondo il Cherubini e il Banfi, dal latino barbaro "scerfa" che significherebbe dotazione.
Pur se cagione di tanto ostentato orgoglio nei miei avi, la "schirpa" di mia nonna forse non era così importante come quella che, qualche giorno fa, mi è capitata tra le mani durante alcune ricerche effettuate  nel mondo contadino dei tempi in cui, nelle città ma anche nei campi, si combattè  per mettere assieme l'Italia. È composto da ben 55 voci l'elenco, che in gergo burocratico è chiamato "inventario", compilato dalla signorina Maria Polvara di Canzo, sicuramente davanti a un sensale, quale contratto di matrimonio con Giovanni Sampietro di Valmadrera.  La "schirpa" della signorina Polvara, il cui ammontare complessivo arriva a  273 lire austriache, è stato firmato in Canzo il 12 febbraio 1846, quindi molto prima di quello di mia nonna che si sposò nel 1889, ben dopo l'Unità d'Italia. L'inventario della dote portata in matrimonio dalla ragazza di Canzo, vergato su carta bollata, è dunque un piccola ma importante  finestra aperta sulla vita, la condizione, gli usi e i costumi del mondo contadino  lombardo e in particolare brianzolo quando ancora l'Italia non era fatta, però era in procinto per esserlo. Scorrendo le varie voci dell'elenco, ognuna delle quali con la specifica del valore stimato, è pure fonte di tante belle sorprese anche perché gran parte dei termini sono scritti in un italiano un po' approssimativo, o in un bel dialetto schietto e sincero: proprio come era la gente contadina quando l'agricoltura era la regina della pur povera economia popolare. Tra le tante belle cose della dote di Maria Polvara vi sono addirittura degli aggeggi che servivano per la lavorazione del lino che in quei tempi era un prodotto agricolo molto coltivato e redditizio. Apre la sfilata degli oggetti in dote un materasso con quattro cuscini di lana: importo stimato 12 lire. Poi  scorrono ben 10 "lenzuolli  di 3 tille", stimati 19 lire, una "prepunta con lana", di lire 6. Non doveva essere proprio del tutto povera la famiglia di provenienza della signorina Maria, perché in dote la ragazza si portò ben una dozzina di camicie nuove "di tilla", valore stimato 90 lire, e cinque usate, ben 24 "fodrette di tilla, poi un "paglione di tilla quadrettone", poi coperte, addirittura una "lettiera di noce", ovvero un letto di un legno forte. Era di noce anche il "comò", un altro dei pezzi forti dell'elenco. Il suo valore era di 50 lire.
La ragazza giunse al matrimonio anche con un bel numero di "calzette nuove", otto "mantini", tre asciugamani. Pensava già ai figli, questa previdente e ben "dotata" ragazza. Infatti nell'elenco vi sono anche alcuni capi per il corredino infantile. Pensò anche all'inverno e al freddo, questa così avveduta  giovane di Canzo. Infatti nell'inventario si trovano ben 12 "giponini di lana e palpignana" per un importo stimato di 64 lire, poi quattro "sciali di testa e del colo di varie stoffe", prezzo stimato 36 lire, poi ben 15 "sottanini di tilla, percalo e palpignana", stimati in 60 lire. Troviamo poi due vere doro, una catenina e una moneta. C'era scarpe anche un paio di "zibrette", termine ancor oggi in uso nel dialetto per indicare le ciabatte.
Troviamo poi anche due "orinari in terraglia". Era consuetudine nel mondo contadino che ai pitali, alle cose dell'igiene e della toilette pensasse la donna. 
Cosa emerge in sostanza da questo antico documento? Vien sicuramente fuori che già nell'Ottocento le donne erano il vero fulcro della famiglia contadina. Guardava infatti con grande senso pratico verso il futuro, la sposina Maria. Nella sua "schirpa" figurano per esempio, oltre ai corredini, ben due "strinciroli per i figli", ovvero quegli attrezzi adoperati per far imparare agli infanti a camminare.

v.fisogni

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