Domenica 27 Marzo 2011

Quel cappotto di donna Claretta
in dote alla sposa dell'autista

di Pierangelo Pavesi

Recentemente la Rai ha trasmesso la miniserie dedicata alle Sorelle Fontana di Roma, casa di mode che raggiunse fama internazionale nel 1949, allorché la loro sartoria confezionò l'abito da sposa per Linda Christian in occasione del suo matrimonio, a Roma, con Tyrone Power, attore allora all'apice della celebrità, e poi padre di Romina Power.
In quell'anno risiedeva in Tremezzina (comune che allora comprendeva gli attuali comuni di Lenno, Mezzegra, Tremezzo), e vi risiede tuttora, una signora che, nel febbraio 1946, si era sposata indossando anch'essa un capo delle sorelle Fontana, e precisamente un cappotto color cammello. Questa signora si chiama Albertina Alinovi e contrasse matrimonio a Collecchio, suo paese natale, con un giovane di Tremezzo, di professione autista: Giovanni Battista Geninazza. Ma come poteva un giovane autista permettersi di donare alla propria fidanzata un capo d'abito così prezioso?
L'anno precedente Giovanni Battista Geninazza, fidanzato di Albertina ed autista del gioielliere Silva di Como, aveva raggiunto, suo malgrado, una grande notorietà in Tremezzina: era al volante dell'auto che trasportò Benito Mussolini e Claretta Petacci davanti al cancello di Villa Belmonte, nella frazione Giulino, ove furono falciati dalla raffica mortale sparata dal Colonnello Valerio, al secolo Walter Audisio. Albertina era la bambinaia della famiglia Tanzi, di Collecchio, sfollata a Bolvedro di Tremezzo, in Villa Bertoni. Curava i figli di Luigi ed Anna Maria Tanzi, zii di quel Callisto Tanzi che nel 1961 creò la Parmalat e che, ai giorni nostri, ha causato seri guai ai risparmiatori italiani. Albertina portava il cugino di Callisto Tanzi a giocare nella piccola e pittoresca spiaggia di Bolvedro; qui conobbe Titta (così era soprannominato Giovanni Battista Geninazza), che abitava lì vicino. Giovanni Battista Geninazza aveva venticinque anni ed era uno dei pochi, allora, in grado di guidare un automezzo. Aveva iniziato la vita lavorativa come garzone di parrucchiere; fu chiamato alle armi nel 1940 in forza alla 1° Compagnia Guardia di Frontiera a Motta di Castigliole d'Asti e qui conseguì la patente automobilistica. Congedato dall'esercito, non tornò alla sua professione di parrucchiere (aveva un negozio con un socio a Menaggio, in via Lusardi) ma si impiegò come autista presso il gioielliere Silva di Como. Abitava con la mamma, che svolgeva mansioni di custode, nella graziosa villa «Il pensiero» a Bolvedro di Tremezzo, in via Statale Regina n. 11. Il 27 aprile 1945 il neosindaco Ferrero Valsecchi ricevette una telefonata da Dongo: gli comunicavano che Mussolini era stato catturato ed era prigioniero in Municipio. Valsecchi ed altri presenti in Comune furono colti dal desiderio di andare a Dongo «a vedere Mussolini prigioniero», ma avevano a disposizione solo biciclette. Occorreva un'automobile ed un autista. Ad ingaggiare Geninazza come autista pensò Giuseppe Puricelli, macellaio con negozio in Bolvedro, quasi davanti all'abitazione di Titta; all'auto pensò il neosindaco di Tremezzo che requisì quella del Presidente dell'Accademia d'Italia, il geografo Giotto Dainelli. L'Accademia si era trasferita da Firenze a Villa Carlotta di Cadenabbia dopo l'assassinio del suo presidente, Giovanni Gentile, e l'auto era una 1100 nera, a bombole, che portava ancora i segni dei proiettili che avevano ucciso il filosofo. La comitiva formata da Ferrero Valsecchi, Giuseppe Puricelli, Sala e Titta, partì per Dongo nel primo pomeriggio del 27 aprile: iniziano così i "servizi automobilistici" di Geninazza che proseguiranno fino alla sera del 28 aprile. A Dongo, Titta fu poi precettato dal Capitano Neri (Luigi Canali), che lo munì di un permesso di "libera circolazione": fece servizi per Pedro (Conte Pier Bellini delle Stelle), ed infine per il Colonnello Valerio (Walter Audisio). Si trovava a Dongo davanti al bar Lario il 28 aprile 1945 allorché Valerio lo ingaggiò per farsi portare a Bonzanigo, a prelevare ed eliminare Mussolini. A bordo c'erano: Valerio, Pietro (Michele Moretti) e Guido (Aldo Lampredi). Dopo aver superati vari posti di blocco partigiani, giunsero a Bonzanigo, alla piazzetta del lavatoio. Qui tutti scesero dalla macchina e ordinarono a Geninazza di voltare l'auto verso la discesa e di attenderli. Tornarono con Mussolini e la Petacci ed ordinarono alle donne (Eralda Bordoli, Francesca Rainoldi, Erminia Abbate, Domenica Gobba) che erano a lavare i panni al lavatoio di largo La valle, di "ritirarsi".
La Petacci indossava una elegante pelliccia e portava al braccio un cappotto color cammello. La comitiva si fermò sotto l'archivolto che segna il confine tra la frazione di Bonzanigo e la frazione di Giulino: sarebbe stato il luogo adatto e più riparato, per una fucilazione. Ma l'arrivo di un contadino con la sua gerla in spalla, Domenico Gilardoni, e la presenza delle donne al lavatoio, probabilmente fece cambiare le loro intenzioni. Mussolini e la Petacci furono fatti accomodare sul sedile posteriore dell'auto; Valerio prese posto sul parafango anteriore destro, mentre Moretti e Lampredi camminavano davanti alla macchina. Giunti davanti a Villa Belmonte, Mussolini e Claretta furono fatti scendere, addossati al muretto a fianco del cancello della villa e falciati dal mitra passato da Moretti a Valerio, avendo fatto cilecca il mitra di quest'ultimo. Giovanni Battista Geninazza assistette, suo malgrado, a questa scena che lo scosse profondamente. Tornato a casa fu assalito da febbre altissima dovuta allo stress nervoso. Rimase a letto tre giorni, poi riprese il suo lavoro; nella seconda settimana di maggio si fece fotografare accanto alla 1100 da Ugo Vincifori, il fotografo di Azzano, colui che ha immortalato tutti i luoghi di Mezzegra passati alla storia. Geninazza si sposò nel 1946, a Collecchio, paese natale della moglie, in provincia di Parma; Albertina andò all'altare indossando il cappotto color cammello, delle sorelle Fontana di Roma, il cappotto che Claretta Petacci portava al braccio, a Bonzanigo, quando salì sulla 1100 e che era rimasto abbandonato in macchina.

b.faverio

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