Domenica 03 Aprile 2011

Campo Urbano entra
al Museo del Novecento

di Elena Di Raddo
Nel 1969 il centro storico di Como è stato invaso da una manifestazione che ha trasformato le sue strade e le sue piazze in un grande happenning. Nel nome dell'arte "fuori dai musei" un gruppo di artisti, guidati da Luciano Caramel, ha dato vita a un avvenimento che ha scosso  la vita tranquilla e abitudinaria dei comaschi. Al di là della comprensione o meno di quello che è stato a tutti gli effetti un "evento" artistico, lo scopo pensato dal curatore, e dai promotori della mostra ha raggiunto il risultato: dimostrare che l'arte può e deve partecipare alla dimensione del vivere e che può fornire delle indicazioni per formulare domande e mettere in discussione la quotidiana percezione della rrealtà. È per questo che quell'esperienza, che anticipa tra l'altro altri simili eventi in Italia, è ora al centro della mostra che inaugura lo spazio espositivo del Museo del Novecento. La documentazione delle azioni messe in atto dagli artisti è a tutti gli effetti da considerare un'opera d'arte nel suo complesso, nata dall'idea del curatore insieme agli artisti stessi, e in primo luogo a Giuliano Collina e a Ico Parisi, che hanno avuto una parte decisiva nella realizzazione di quell'evento artistico che negli anni Settanta si usava definire "operazione culturale". Il concetto di "cultura", infatti, veniva allora inteso nel senso più ampio di un coinvolgimento e di una partecipazione collettiva all'arte: ecco che dunque sia le istituzioni pubbliche, sia i cittadini venivano coinvolti direttamente con lo svolgimento delle azioni. La peculiarità di Campo Urbano rispetto alle altre manifestazioni documentate nella mostra di Milano (Arte Povera + Azioni povere, Amalfi 1968; Festival del Nouveau Réalisme, Milano 1970, e Volterra '73, Volterra 1973) ) è del resto proprio di quella di aver provocato reazioni anche di aperto dissenso e interrogativi nel contesto cittadino contribuendo quindi a mettere in discussione lo statuto dell'opera d'arte intesa come oggetto da ammirare negli spazi a lei deputata e la sua funzione: non più solo estetica, ma anche sociale.

(* Professore di Storia dell'arte all'Università Cattolica e autrice di «Anni 70: l'arte dell'impegno»)

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags