Domenica 17 Aprile 2011

Un'altra Sindone
fa luce sul mistero

di Laura d'Incalci

È inesauribile il mistero della Sindone, il reperto archeologico più studiato nella storia dell'umanità, quello che continuamente rinnova stupore e interrogativi, disquisizioni e rivelazioni. E  ripropone il quesito più suggestivo e inquietante: è possibile arrivare a dimostrare con prove inconfutabili che l'immagine impressa su quel lenzuolo sia quella di Gesù?  «Dico subito con padre Raniero Cantalamessa, che per il credente poco importa se la Sindone è autentica o no, se l'immagine si sia formata naturalmente o artificialmente. La cosa certa è che essa è la rappresentazione più solenne e più sublime della morte che occhio umano abbia mai contemplato» suggerisce il professor Carlo Riganti che nei giorni scorsi è intervenuto a Como per presentare alcuni esiti di studi recenti.
«Qualcosa di divino aleggia sul volto martoriato, ma pieno di maestà del Cristo della Sindone» riprende Riganti che, da studioso, non sottrae la speculazione da sconfinate possibilità  di indagine ricordando Dostoevskij che diceva: «Davanti al Cristo di Holbein (dipinto custodito nel museo di Basilea, che rappresenta il corpo di Cristo in tutta la rigidità cadaverica, ndr) si può facilmente perdere la fede. Davanti alla Sindone, al contrario, si può trovare la fede o ritrovarla se la si è perduta».  Ma anche  gli studiosi più impermeabili alla suggestione spirituale o persino in contrasto con una lettura religiosa, sembrano estremamente sollecitati dall'enigma, spinti a ricercare con caparbia determinazione la "prova" certa e definitiva che metta la parola fine ad una avventura sfuggente e provocatoria. In tal senso non stupisce il clima di euforia che connotò la "scoperta", oggi messa in discussione da gran parte degli scienziati, circa la datazione della Sindone dopo il Mille: «Il metodo di datazione con il radiocarbonio aveva avvalorato l'ipotesi che il lino fosse di epoca medievale. Il risultato che stabiliva la datazione fra il 1260 e il 1390 d.C., annunciato nell'agosto dell''88, era stato immediatamente pubblicizzato senza alcuna cautela, come una scoperta definitiva» ricorda Riganti in riferimento alla pubblicazione della notizia sulla rivista "Nature" nel febbraio dell'89. «Per un oggetto complesso come la Sindone, che ha attraversato mille peripezie ed è stato continuamente a contatto con fonti di inquinamento da carbonio, innumerevoli volte esposto al fumo e alla cera delle candele, all'incenso, al respiro, al sudore e alla saliva dei fedeli, fu una scelta discutibile sottoporlo a datazione con il metodo del C14» ammette il professore indicando priva di fondamento quella rivelazione oltretutto  discordante con altri elementi: «La radiodatazione è in contrasto con tutte le indagini multidisciplinari condotte attraverso la biologia, la medicina, la microbiologia, la chimica, la botanica, la storia... La scienza, comunque, ha già proposto valide spiegazioni per quel risultato anomalo» avverte il sindonologo evidenziando alcune novità proprio nello studio del telo che porta impresse macchie e segni che descrivono un supplizio in perfetta concordanza con le narrazioni della passione di Gesù nei Vangeli. «Il sacro telo fa affiorare particolari ignorati dall'iconografia medievale, come la corona di spine a casco, ad esempio, e ultimamente fornisce inediti indizi sulle possibili cause della morte del condannato: oggi i medici sono propensi a ritenere che l' uomo della Sindone non sia morto per asfissia, ma  per "rottura del cuore in seguito ad infarto ed emopericardio"» suggerisce Riganti citando gli studi della sindonologa Emanuela Marinelli e sottolineando la fuoriuscita di «sangue ed acqua» dal costato del cadavere, come uno dei numerosi  particolari  che trova riscontro sia nel vangelo che nel lenzuolo funerario che potrebbe aver avvolto il corpo martoriato di  Gesù.
E un altro "oggetto impossibile" calamita oggi l'appassionata ricerca del sindonologo Riganti: «Un velo in finissimo bisso porta impressa una icona del volto di Cristo perfettamente sovrapponibile al volto della Sindone in scala 1:1» suggerisce lo studioso puntando l'attenzione sul Volto Santo di Manoppello, un reperto che si suppone possa essere il sudario che fu posto sul volto di Cristo e che si sta rivelando imprescindibilmente collegato al telo custodito a Torino. «Nessuno sa spiegare il processo secondo cui si è formata l'immagine. Gli studi avviati hanno accertato che si tratta del velo con l'impronta del viso del crocifisso, che si credeva smarrito e fino al XVII secolo era custodito a Roma, e rappresentò, insieme alla Sindone, il modello più importante per le raffigurazioni di Cristo nell'Oriente e nell'Occidente cristiano» puntualizza Riganti indicando una prospettiva aperta da poco, che Antonio Teseo, attraverso l'elaborazione al computer, ha reso immagine tridimensionale, realistica, intensa, in grado di suscitare, oltre il segno, l'attrattiva di un evento presente.

v.fisogni

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