Sabato 21 Maggio 2011

Brera e l'importanza
di chiamarsi Gioân

di Emilio Magni

Da anni nella congrega di amici che a Milano ricorda il grande Gianni Brera con ricorrenti adunate epicuree della "pacciada"  e con qualche celebrazione dei suoi scritti, salta sempre fuori, immancabile, una domanda:  come il mitico giornalista e scrittore scriveva  il suo nome nel dialetto padano della "bassa"? Lui infatti era nato: «là dove l'Olona incontra il Po». Mi ricordo che quando lo incontrai per la prima volta nella sua casa di via Cesariano, vicino all'antico stadio che ora si chiama «Arena Gianni Brera», mi disse che il nome Gianni non gli piaceva. «È un nome fatuo, da gente ricca - raccontava -.Va bene per Agnelli, non per me. Me lo ha messo mia sorella che aveva mire borghesi. Mi chiami Gioân». E fu un'intervista grandiosa, stupenda e indimenticabile perché io facevo le domande in dialetto milanese e lui rispondeva con quello "bassaiolo".
Sì "va bén"? Ma «alla fine della fiera» come si deve scrivere Gioân, quale accento usare? La risposta è chiara, sicura e lampante. Si deve proprio scrivere come facciamo noi adesso: con quel tettuccio, che si chiama accento circonflesso, sopra la "a", senza altri accenti e con la doppia "n" finale. In quale  zolla stanno, però, le radici di tutta questa sicurezza? Nella cantina che è un grande e assai prezioso museo di vini eccelsi, di Armando Camesasca a Baggero, è in mostra tra le bottiglie un documento inequivocabile che risponde con sicurezza all'interrogativo. Camesasca e Brera si sono incontrati parecchie volte, quando "ul Gioân" teneva casa a Garbagnate Rota, sulla rive del "Pusiano" e talvolta arrivava con gli amici a Baggero per sedersi al tavolo del Corazziere ristorante di Armando.
«Arnando ama il vino - ha scritto e raccontato  tante volte Brera - e per questo è amico».  Scendevano nella cantina e disquisivano amabilmente di "nettari degli dei". L'amicizia voleva dire anche scambi di vini. E fu così che una volta, grato all'Armando che gli aveva versato un vino eccezionale, Brera scrisse i suoi ringraziamenti e tutta la sua gratitudine, così di botto, con una "biro", sull'asse di legno di una cassetta di vini della Riserva Corazziere. E firmò proprio con un evidente "Gioân Brera". Quindi più sicuri di così si muore, anche perché Armando conferma che fu proprio lui a scrivere. Era il mese di settembre del 1972.
E siccome  quando si ricorda Brera, una «ciliegia tira l'altra» (forse sarebbe meglio dire «un bicchiere tira l'altro»), è stato bello andare a scovare anche  altri scritti di suo pugno. Conservo uno dei suoi infiniti notes che usava per prendere gli appunti durante le partite di calcio. Adoperava quei bloc-notes che usavano un tempo le stenografe con i fogli tenuti assieme da una spirale. Uno gli serviva per una sola partita.  Custodisco con infinito amore, dunque, gli appunti presi per una "Juventus-Fiorentina", finita due a zero per i bianconeri, del trenta novembre 1972, che mi ha regalato lui. Erano i tempi di Superchi, Rogora, De Sisti e dei bianconeri Furino, Castano, Salvadore e Del Sol. Scorrendo le scritte si trova già, pur nella fretta delle annotazione, il suo caratteristico, inconfondibile linguaggio, le sue brevi impressioni. In questi suoi appunti (il figlio Franco conserva molti di questi block-notes nella casa di Garbagnate Rota) emergono già qui i suoi neologismi che lo resero celebre: "fanno melina", "catenaccio", "bomber"  e la celebre "goleada" . Occorrerebbe fare una ricerca approfondita. Forse si scoprirebbero anche i più singolari e famosi come "Rombo di tuono" (Gianni Riva), "Il piede sinistro di Dio" (Mariolino Corso) e il più famoso di tutti, l'"Abatino". Per ricordarsi meglio di come era avvenuta un'azione di gioco, o lo schieramento e la geometria di una punizione, "ul Gioân" si permetteva anche degli schizzetti. Con uno di questi rappresenta una punizione tirata dal viola Amarildo che uno della barriera ha toccato di testa e poi è finita sulla traversa "Se no era gol!", annota Brera. A guardar bene questi appunti per la cronaca di una partita si comprende però come il grande giornalista non aveva bisogno di tanti dati per poi raccontare quelle sue cronache che fanno la storia del giornalismo sportivo ed anche oltre: solo le formazioni delle squadre, con i voti ai giocatori e all'arbitro (solo 5 per D'Agostini di Roma) , i tempi e la successione delle reti. Quando dopo quella intervista durante la quale a me era sembrato di toccare il cielo con un dito, tornai in redazione andai dal direttore Gianni De Simoni, che mi chiese cosa mi aveva detto il suo amico Gianni. Gli riferii che mi aveva raccontato un sacco di cose sublimi ma che aveva, tra l'altro detto, che a lui il nome Gianni non piaceva perché assai futile. Gianni De Simoni rimase senza parole. Poi abbozzò: «Ha ragione, il nome Gianni è un «po' così». Soprattutto per noi della "Bassa". Poi aggiunse che lui  chiamava l'amico Brera con un confidenziale Gioânun, o addirittura Gioânas.
Ma come avrebbe scritto Brera Gioânun e Gioânas? Purtroppo non ne sono stati trovati di questi nomi scritti di suo pugno.

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags