Mercoledì 01 Giugno 2011

Come Chiasso rifiorì...
sui binari della botanica

di Laura Di Corcia

Uno pensa che un'opera di botanica sia una sorta di mistero eleusino avvicinabile solo dai grandi appassionati – se non addirittura dagli esperti; poi si imbatte su quel piccolo capolavoro che è la ristampa di "Flora ferroviaria" del botanico elvetico Ernesto Schick e, come accade per quasi tutte le convinzioni, quando si ha la mente aperta e disponibile, si ricrede; e scopre che un'opera di botanica può essere una delicata ma coraggiosa riflessione sul mistero della natura e sulla sua forza. Ma andiamo con ordine. Ristampa, prima di tutto; sì, perché la "Flora ferroviaria", pubblicata per la prima volta nel 1980, ha rivisto la luce l'anno scorso presso edizioni Florette di Chiasso grazie alla grinta e alla fede di due appassionate, Simonetta Candolfi e Nicoletta De Carli, che hanno voluto arricchire il testo  con la prefazione di Graziano Papa (già presidente della Lega Svizzera per la Protezione della natura del Ticino), un'introduzione di Nicola Schoenenberger (conservatore di botanica del Museo cantonale di Storia naturale di Lugano), che ha pure rivisto e aggiornato la parte scientifica, e un intervento del poeta ticinese Fabio Pusterla.
Il risultato è una piccola perla, un libretto godibile anche dal punto di vista materiale che porta in auge un testo di straordinaria intensità, ovvero le osservazioni di Ernesto Schick, spedizioniere e botanico dilettante, sulle piante spontanee ricomparse nell'area della stazione di smistamento di Chiasso, stravolta da un decennio di lavori di bonifica per l'ampliamento della stazione commerciale, dal 1957-1967.
Si tratta di un racconto che ha come inizio una situazione arida dove la vita è solo un ricordo - «vidi trasformare quella vasta zona in una grigia landa lunare», si legge nell'introduzione. Poi, ecco il miracolo. «Ma ben presto qua e là qualcosa cominciò a fiorire»; come in tutte le fiabe la vita torna a trionfare. E nelle pagine successive c'è un'attenta e colta osservazione della molteplicità con cui questo mistero, questo fluido (ci possiamo azzardare?) si trasforma in elemento vegetale. Si viaggia su due binari, per rimanere in tema: la descrizione scritta e quella disegnata; entrambe affascinanti. Prima di tutto ci vengono presentate quelle che Schick definì «piante pilota», meglio conosciute come «piante pioniere»; le prime a far capolinea in un ambiente nuovo e quindi ancora inospitale. Fra queste abbiamo l'equisetum arvense (comune nei luoghi umidi dell'Europa e dell'Asia; in Italia si incontra su tutto il territorio, compreso il contesto alpino), la comune margherita e la camomilla. Sono piante resistenti ai diserbanti e con un forte grado di adattabilità. Schick ne sottolineò anche l'aspetto materno, perché alcune di esse, per esempio la Tussilago farfara, dai caratteristici fiori gialli, nutrono con le foglie secche il terreno e contribuiscono a formare l'humus, indispensabile per la venuta al mondo di piante più esigenti. Per altro, la Tussilago era ben nota ai tempi degli antichi romani - i primi riferimenti scientifici risalgono a Plinio il Vecchio (I sec d. C.) - che la impiegavano come rimedio contro la tosse. Anche le Scrophulariaceae (di questa famiglia botanica fa parte, ad esempio, la Antirrhinum majus o Bocca di leone) si adattano facilmente a terreni poco ospitali e possono raggiungere «altezze eccezionali per la loro specie», come spiega lo stesso Schick. Della famiglia delle Fabacee (da Faba, fava) fa parte l'erba medica, portata in Europa, secondo il naturalista comasco Plinio, ai tempi delle guerre persiane. La cosa curiosa di questa pianta è che arricchisce il terreno di sostanze azotate, grazie ai batteri azotofissatori che vanno a cercar nutrimento nelle radici fragili; queste reagiscono creando dei piccoli noduli che poi diventano la dimora di questi batteri che fissano l'azoto nell'aria, mettendolo a disposizione della pianta. Citata anche la Buddleja Davidii Franchet di indubbia bellezza ornamentale.
Uno dei capitoli più interessanti è comunque il quinto, dedicato agli ortaggi; lo stupore di Schick riguarda il loro crescere rigogliosi e forti in un ambiente completamente ostile e senza alcuna cura. Come mai invece quando è l'uomo che vuole coltivarli, essi faticano a nascere e richiedono attenzioni continue? Il mistero rimane aperto, il botanico non lo risolve. Di fatto, ogni lettore che sappia leggere e fare nessi, ogni osservatore, proverà uno strano stupore, chiuderà il libro e si fermerà a riflettere sui paradossi della natura. L'opera spinge in questa direzione. È una fiaba vegetale che ricorda tanto le fiabe di noi esseri umani.

v.fisogni

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