Martedì 07 Giugno 2011

Ricco e popoloso, così Torno
divenne un paese comasco

di Giancarlo Montofano

Un borgo di 800 fuochi, cioè di circa 5mila abitanti: così Antonio Cavagna Sangiuliani definisce l'importanza demografica di Torno a cavallo tra Quattro e Cinquecento, nei suoi pionieristici lavori editi nel 1871. Come poté questo paese che oggi ha poco più di mille anime assumere un ruolo così importante? Per l'esistenza di una fiorentissima attività di produzione di lana, che impiegava anche maestranze e apprendisti di altre località, come hanno dimostrato numerosi documenti editi nelle sue ricerche dallo storico Paolo Grillo. Già nel XIII secolo è provata l'esistenza di alcuni "lavoreri" di lana nella frazione di Convento.
L'importanza di Torno si può arguire anche da un inedito documento del Fondo di Religione dell'Archivio di Stato di Milano, di cui pubblichiamo qui una copia. Il Duca Giovanni Maria Visconti, con decreto del 4 dicembre 1404, firmato dal cancelliere di stato Uberto, in relazione ai grandi meriti acquisiti dalla comunità e dalle persone di Torno, specialmente per il modo con cui si comportarono nella occupazione delle terre del lago che facevano parte del Ducato, nella repressione dei ribelli per terra e per acqua e in ragione dei danni subiti per mantenere la potenza ducale milanese, concede a Torno il diritto di cittadinanza comasca: con tutti gli onori, privilegi, patti, grazie, esenzioni, immunità, prerogative dei cittadini di Como.
Si tratta di un privilegio che dimostra quale livello politico, civile ed economico avesse raggiunto Torno, già fin dall'inizio del Quattrocento, come riconoscimento di grandissimi meriti.
È poi significativo ricordare una lettera ducale del 1445 conservata nell'Archivio di Stato di Milano dove il Comune e gli uomini di Torno imploravano dal Duca di poter condurre e vendere i loro panni in qualunque città e terra del dominio. Sempre in questa supplica si legge che questo borgo è situato in montagna e in terreno sterilissimo; dal quale si raccoglievano cereali sufficienti solo per un mese e vivendo quegli uomini dell'esercizio della lana, si troverebbero costretti ad abbandonare la patria, se fosse venuto a mancare lo "smercio" dei loro panni. L'ufficio del vicario di provvisione rispose in maniera favorevole alle richieste dei Tornaschi; che i panni siano confezionati in maniera differente da quelli di Milano; legandoli doppiamente con bollo pendente sulla destra e facendo esplicita menzione che sono di Torno: e ciò sotto minaccia di pena pecuniaria.  
Prima delle distruzioni della seconda metà del XV secolo e degli inizi del XVI che portarono alla sua rovina nel 1522 la comunità tornasca fu più volte assalita e assediata dai Comaschi e dagli alleati di Moltrasio e delle altre località del Lario: nel 1294, 1339, 1407, 1417, 1447, 1512, 1514, 1515.
Lo stesso Conte Cavagna Sangiuliani, che aveva il gusto della scoperta documentaria, pubblicò nel 1870 presso i tipi della Società Letteraria di Milano, un volume dedicato ad alcuni scavi e scoperte di armi nel porto di Torno dal titolo "Torno e le armi ivi sterrate nel marzo 1870". In questo volume vi sono anche alcune riproduzioni di spade, alcune delle quali risalenti proprio alla guerra del 1522. Lo storico cita anche l'episodio di una fanciulla che, piuttosto che darsi all'invasore si sarebbe gettata dalla finestra pur di preservare la propria virtù.
Delle sfortunate vicende di Torno ebbe ad occuparsi anche l'erudito comasco Cencio Poggi che nel 1888 diede alle stampe nel Periodico della Società Storica Comense una nota sui Consoli di Giustizia a Torno tra il 1515 e il 1538, ricavata da un registro dell'Archivio del Municipio di Como. Proprio nel 1515 Torno subì una prima rovinosa distruzione, superata soltanto da quella dell'11 giugno 1522, che si ricorda in questi giorni. In un altro documento del 1526 della Curia vescovile si fa riferimento allo stato di abbandono delle chiese di Torno, quasi del tutto deserto di abitanti. Soltanto a partire dal 1529, la vita riprenderà lentamente, ma non la manifattura della lana: gli stessi Tornaschi emigrati in Germania, Austria, Ungheria, Spagna e soprattutto in Francia, si dedicarono soprattutto alla fabbricazione di gabbie.

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags