Domenica 26 Giugno 2011

Il naturalista Plinio il Vecchio
portò l'arte nella scienza

di Franco Minonzio

Mai interrotta in età medievale, come è noto, la fortuna di Plinio il vecchio trovò nella stampa a caratteri mobili uno straordinario vettore: la editio princeps è datata 1469, mentre nel 1476 vede la luce la prima edizione del volgarizzamento di Cristoforo Landino: ben 18 saranno le edizioni incunabole, cioè anteriori all'anno 1500, della Naturalis historia. Tuttavia non identiche furono le ragioni che, nelle diverse aree che compongono l'enciclopedia pliniana, la resero insostituibile, tra XV e XVI secolo: ad esempio, in ambito botanico, la sua lunga permanenza fu certo favorita dalla lenta, faticosa e non lineare riemersione delle opere della tradizione naturalistica greca, quali l'Historia plantarum e il De causis plantarum di Teofrasto, e il De materia medica di Dioscoride. Così, in ambito zoologico, accadde che tra gli ultimi decenni del '400 e il primi del '500 il credito di Plinio non fosse inferiore a quello di Aristotele: anzi, se la versione latina realizzata da Teodoro Gaza degli scritti aristotelici (Historia animalium, De partibus animalium, De generatione animalium) uscì a stampa nel 1476, sotto il titolo di Libri de animalibus,  bisognerà aspettare il 1497 per la prima edizione, aldina, del testo greco. Nella prima metà del '500, in ogni caso, Aristotele e Plinio coesistono, forti di un successo editoriale per molti versi similare. Eppure - è incontestabile - la zoologia aristotelica e quelle pliniana incarnano  due approcci radicalmente diversi, all'origine di due diverse linee della tradizione scientifica antica: per accennare solo ad alcuni aspetti, Aristotele spiega, non descrive, Plinio descrive in quanto interpreta; in Aristotele si profila una tassonomia a base morfologica, in Plinio è per più versi incoerente lo schema di classificazione ed è palese l'indifferenza di fronte all'anatomia; in Aristotele la classificazione è un momento strumentale della ricerca, e le differentiae vengono esplorate allo scopo di stabilirne le cause, in Plinio poiché - come egli scrive (37.60) - «in nessuna parte si devono cercare i principi della Natura: si deve ricercare solo la sua volontà», si rinuncia a ricercare le cause specifiche dei fenomeni.
Una alterità, però, che tra XV e XVI secolo doveva sembrare meno netta di quanto appaia oggi: come ha mostrato Stefano Perfetti analizzando la prefazione alla traduzione di Teodoro Gaza ai libri de animalibus,  l'Aristotele latino che questi proponeva, insospettabilmente, mostra una curvatura pliniana proprio sul piano concettuale, ristabilendo quei legami di simpatia e curiosità tra mondo umano e mondo animale che la razionalità aristotelica aveva progressivamente bandito,
Del resto, tra gli scritti aristotelici, Plinio tenne presente ed utilizzò soprattutto l'Historia animalium, ed è noto come quest'opera sia, per un verso, incardinata sul metodo diairetico o dicotomico (vale a dire, definire l'oggetto attraverso suddivisioni successive) che fu già di Platone, ma come, per l'altro, sia ben radicata sul terreno dell'esperienza, aperta al patrimonio delle tecniche non scritte e alle osservazioni di allevatori, pescatori, cacciatori. E così, nel caso specifico del libro IX della Naturalis historia, dedicato agli animali acquatici, non sorprende che Plinio, dalle strutture dicotomiche di Aristotele mutui variamente solo ciò che gli serve (classificazione secondo tegumento, poi secondo forma del corpo), ma poi manifesti,  pur con scomposta indulgenza verso i mirabilia, quell'intento descrittivo al quale Aristotele pare indifferente. Con la sua eccedente e fastosa immaginazione scientifica, Plinio offriva un modello variamente sollecitante di descrizioni verbali degli animali acquatici. Così è piuttosto il rapporto con Plinio, che non quello con Aristotele, a poter essere assunto come indicatore dei segni, dapprima impercettibili, poi più marcati, di mutamento nella zoologia della prima metà del '500, quando l'insufficienza delle descrizioni verbali nei testi, spingerà, come era avvenuto poco prima in botanica, verso una rappresentazione non verbale, iconografica, cioè verso l'illustrazione, della quale da più parti, e per più ragioni, si avvertiva la necessità. Con il De aquatilibus di Pierre Belon (1553) prenderà avvio la prodigiosa stagione dei grandi ittiologi di metà cinquecento (oltre a Belon, Rondelet, Salviani, Gesner, Aldrovandi), autori di splendidi libri illustrati. Giovio, scrivendo il De romanis piscibus (1524), trattato erudito a base antiquaria, antecedente a tutte le altre opere di zoologia descrittiva del '500 circoscritte ad una sola classe di animali, resta al di qua di tale svolta scientifica. Tuttavia nel suo stile descrittivo puntuale, capace di inserirsi sulla scia di Plinio, ma poi di andare ben oltre Plinio, proponendosi, per ogni pesce analizzato, di offrire una immagine in base ad uno schema teorico di punti di vista assai più ampio, sembra davvero che la parola letteraria tenda all'immagine, nonostante il fatto che nessuna delle edizioni cinquecentesche del De romanis piscibus sia illustrata. Lo prova indirettamente  un esemplare del volgarizzamento (1560) di Carlo Zancaruolo (Libro de' Pesci Romani), impreziosito sul margine da decine di disegni di pesci a penna, in inchiostro nero o seppia, che molti anni fa ebbi modo di studiare grazie ad Alberto Vigevani, il quale lo tenne per qualche tempo nella sua libreria antiquaria di Milano: disegni impreziositi da glosse che correggevano Giovio sul testo di Rondelet. Ma a tale integrazione il testo gioviano era - nei ricchi moduli descrittivi - già predisposto, e del resto Giovio, non per nulla, sarà in seguito uno degli intellettuali rinascimentali più reattivi al rapporto parola/ immagine, come provano la sua tormentata riflessione a margine degli Elogia sull'opportunità che il testo fosse corredato dai ritratti, e lo scintillante Dialogo dell'imprese.

v.fisogni

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