Hiv, maxi contagio
nascosto dalla Cina

All'inizio degli anni Novanta i contadini di numerosi villaggi cinesi vendettero il proprio sangue, con l'obiettivo di far soldi. La mancata profilassi provocò un'infezione a tappeto, con conseguenze di portata sconosciuta: a rendere nota la vicenda è Yan Lanke. Il libro del narratore, mai uscito in Cina a causa della censura, è stato pubblicato da Nottetempo. Leggi il pdf del primo capitolo, scaricato dal sito della casa editrice.

di Maria Tatsos

Trent'anni fa, alcuni ragazzi gay californiani e newyorchesi si ammalarono di una rara forma di polmonite. Le ricerche mediche su questi casi portarono a identificare la nuova peste del secolo: l'Aids. Nei primi anni '90, quando ormai tutto il mondo era al corrente del flagello, in Cina la popolazione rurale di varie province contrasse il virus dell'Hiv in un modo che ha dell'incredibile: vendendo il proprio sangue. Era una pratica diffusa fra i contadini per rimpinguare le casse familiari, ma in quegli anni fu tramutata in un vero business. Partendo dalla convinzione che l'Aids fosse una malattia da tossicodipendenti, omosessuali e frequentatori di prostitute, le autorità locali incoraggiarono la compravendita di sangue, creando una vera industria della donazione a pagamento. Per massimizzare il profitto, si commise il fatale errore di non utilizzare aghi e strumenti sterili. Il contagio falcidiò interi villaggi, ma lo scandalo venne messo a tacere.
Su questo episodio doloroso della recente storia cinese verte il romanzo "Il sogno del Villaggio dei Ding" (Nottetempo, 450 pag., 20 euro) dello scrittore Yan Lianke, da poco tradotto in italiano da Nottetempo. Lianke, 53 anni, è stato membro per alcuni anni dell'esercito ma la sua voce è una delle più critiche nei confronti del sistema. Capace di una satira graffiante e feroce, ha vinto vari premi letterari, che non gli hanno risparmiato l'intervento della censura. Tanto che alcuni suoi libri sono stati pubblicati all'estero, ma non in Cina.
Questa sorte è toccata anche a "Il sogno del Villaggio dei Ding", un romanzo che è costato allo scrittore tre anni di ricerche. Il risultato è un affresco della progressiva distruzione di una piccola comunità, che si trova a fronteggiare le conseguenze della "febbre" che colpisce chi ha venduto il sangue. La bramosia di denaro tramuta i vicini in nemici, la corruzione dilaga e chi ha una carica pubblica, anche di piccola entità, la usa per arricchirsi impunemente. Sarà la morte a svuotare il villaggio e a portare la desolazione fra le casette a due piani in muratura, cresciute come funghi grazie al business del sangue.
Vista l'attenzione che la censura gli riserva, è stata una vera fortuna che Yan Lianke abbia potuto rispondere da Pechino alle nostre domande.
Perché ha deciso di scrivere "Il sogno del Villaggio dei Ding"?

Non è stata una mia scelta. È stata la realtà angosciosa di questa storia vera a scegliere me e a spingermi a scrivere. Sono nato in un remoto villaggio dello Henan, tutt'ora una delle zone più povere della Cina. Qui per sopravvivere gente che ha perso moralità e umanità ha venduto il sangue, nel business organizzato dal governo. Il disastro dell'Hiv è nato dalla fame di sviluppo e di ricchezza. È il prezzo pagato dalla Cina passata dall'utopia comunista a quella capitalista. Io sono un figlio di questo luogo, e devo raccontare la mia gente, che ha al contempo lati buoni e oscuri. Scrivere questo romanzo è stato quindi inevitabile per me.
Ne "Il sogno del Villaggio dei Ding", i giovani del paese sono individualisti e ossessionati dal denaro. È questa la Cina di oggi?

Il romanzo è lo specchio della Cina attuale. Da un punto di vista letterario, si può vedere come il rapido sviluppo economico sia accompagnato dal caos, dall'immoralità e dall'oscurità, e come gli animi siano stati corrotti dal denaro.

(Leggi l'intera intervista sull'edizione cartacea de La Provincia di Como del 4 ottobre)

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