Martedì 18 Ottobre 2011

Il Chiara Giovani è comasco
Ecco il racconto vincitore

di Filippo Pozzoli

Non profumano uguale i fiori finti a quelli veri. Non profumano proprio. Solo che pensai e se io li compro oggi e forse lei arriva domani? I fiori veri pure morti profumano un poco, è vero, ma non sono rossi come piace a te. Così li ho presi finti, e ci ho preso anche un profumo in una bottiglia uguale al fiore ché pensai saranno uguali ai fiori veri se lo spruzzo sopra, ma non mi sembra a dire il vero, no. Sembra il profumo di pomata che spalma suor Adele quando mi piscio addosso e brucia.
Però ce li ho spruzzati uguale dal giorno che li ho presi, e ora la bottiglia è vuota e nemmeno di pomata sanno più. Ma sono ancora belli rossi, e se arrivi oggi, o domani, basta una giacca sul pigiama e suor Adele che mi pettina per esser pronto come quando li ho comprati, ché i fiori finti non muoiono, e io ce li ho già qui.
Stavo all'Istituto da tantissimo quando arrivasti tu, un pomeriggio che iniziava primavera - si capisce quando inizia, all'Istituto, ché dopo pranzo ti portano in giardino invece che alla sala grande che sa di polvere e di piedi. La prima volta che ti vidi parlare a suor Adele credevo fossi tu quella Madonna che lei ogni tanto vede, e finalmente ti vedevo anch'io. Ed eri bella proprio come nelle preghiere, ché io, prima di lì, mica ero poi tanto convinto. Era suor Adele che le voleva sentir dire prima del budino e io avevo imparato a dirle bene, come filastrocche senza rime.
Però dicesti poi che no, non eri tu la Madonna, ché lei era vissuta molti anni fa e suor Adele - questo lo pensai io - s'era un po' rimbambita. Dicesti di chiamarti Chiara e venivi dall'aquila - un posto che con quella che vola, disse suor Adele, c'entra nulla - e che all'Istituto c'eri per un tiro a segno, o un tiro a cigno, insomma, una di quelle cose che mi sembrava anch'io avessi fatto alle giostre da bambino. Tu però, ridendo - e lo ricordo bene quel sorriso, con la forma della luna quando non è piena ma nemmeno lo spicchio più sottile, quello che poi sparisce e non la vedi più - tu dicesti ch'era una cosa seria, per l'università, la scuola più importante di tutte, dicesti, che ci vanno le persone importanti come il dottore, l'infermiera e suor Adele. E questo un po' già lo sapevo, ché prima dell'Istituto avevo sentito dell'universo con le stelle, e una scuola con le stelle dev'essere importante per davvero.
Tu studiavi una cosa difficilissima che è la psicologia. Sapevi tante cose. Sapevi tutto dei sogni, dei bambini, della testa e dei matti che incontravi all'Istituto. Non siete matti, siete speciali. Ripetevi questo, ogni volta ch'io dicevo matto, e io poi scappavo forte e tutto rosso e per tutto il giorno non ti parlavo più. Ché del resto non ho mai capito ché ci fosse da studiare, di noi. Voglio dire, si studiano le stelle, il mare, gli alberi, i libri con le figure e gli animali e gli alieni e tutte quelle cose belle che si vedono in tivù. Ma non i matti, o gli speciali, ché siam gente col pigiama e le macchie e suor Adele. Però a me speciale piaceva, molto più che il matto di quelli di quinta a scuola. A dir speciali non ci mancano rotelle come ai matti, anzi ne abbiamo qualche in più, che ha nessuno tranne noi. Per cui ti chiesi se per me potevi essere speciale anche tu, anche se tu matta non lo eri, no. E quel sì c'hai messo un po' a dirlo, sottovoce, e guardando al fioraio fuori dal giardino dicesti poi che belli che sono i fiori rossi, vero?
E io prima di lì l'avevo mica mai visto che sì, è vero, son bellissimi.
Però il tiro a cigno finì prima che fiorirono e dicesti che stavi per partire. Come in quella videocassetta in sala grande che le persone, le macchine, gli alberi e tutto son solo bianchi e neri e un uomo è sul treno che sbuffa - il treno, non l'uomo - e una donna gli dice «Non andare. Io ti amo» e lui, alla fine, resta.  E io, che quella scena non l'avevo mai capita ma ce l'avevo lì, sulla punta della lingua e un poco nelle dita, feci proprio come quella donna lì. Tu mi sorridesti con una lacrima che scendeva, come il sole quando piove, pensai, e mi dicesti tu non sai cos'è la meraviglia che mi hai detto e anche tornerò, te lo prometto, come torna primavera.
E il primo giorno della primavera dopo ero pronto, col profumo e i fiori finti e suor Adele che sbuffando - suor Adele questa volta, non il treno - pettinava e me ne stetti lì, sulla panca in giardino dove ti avevo visto per primo, ad aspettarti. Non arrivasti il primo giorno, ma la primavera dura novantadue giorni e venti ore e i fiori rossi finti non passiscono e col profumo son sempre come nuovi.
Ché invece un giorno suor Adele arriva a dirmi «Bruno, Chiara non c'è più. La Terra ha tremato e se l'è inghiottita e ora sta là sotto. Non piangere, Bruno, prega».
Io non pregai no.
Non è speciale suor Adele, è un poco rimbambita, l'ho capito da quella storia della Madonna che vedeva. Lo san tutti che la terra nemmeno c'ha la bocca per mangiare. E suor Adele dice sempre che chi non c'è più qui va in cielo, mica in terra, che ci sono i vermi e le talpe e io, delle talpe, c'ho paura. Così ti aspettai l'estate e l'autunno e l'inverno e un'altra primavera, e un'altra ancora. Il profumo è finito stamattina. Non lo compro più, però, mi sa. Non sa di fiori. Anche se adesso sono a letto che non dormo e se arrivi ora che figura, niente giacca e niente pettine e i fiori non profumano e trema. Il letto trema, con le coperte e il piscio e il comodino.
Allora è vero.
Trema il dottore mentre corre fuori, tremano le gambe nei pigiami, trema suor Adele che urla «Bruno scappa! La Terra trema! Corri, seguimi!».
No, che non ti seguo suor Adele.
Tremano il soffitto e le scale e trema il giallo che scende giù dai muri.
Io vado dove la terra mangia. Trema la croce appesa al chiodo e viene giù, tremano i muri e le stanze e l'Istituto. Ché magari noi speciali sotto terra si può stare, chissenefrega delle talpe.
Cade il lampadario e adesso è buio.
Io vengo da te,
amore mio.
6 Aprile 2011
A L'Aquila, due anni dopo
(© Premio Chiara Giovani)

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags