La domenica si andava
nella giungla di Como

Un libro ripercorre le vicende dello zoo di Como, inaugurato nel 1937 e chiuso nel 1988. Foto e aneddoti rievocano anni che sembrano lontanissimi, sia nelle abitudini di svago dei Comaschi, sia nel rapporto con gli animali.

di Alessio Brunialti

«Devi dargli da mangiare spesso, perché se no abbaiano e si arrabbiano. Così li accarezzi e loro sono contenti, ma devi ricordarti di spegnere tutto per farli dormire, altrimenti diventano cattivi». Sono i cani dei bambini del Terzo Millennio. Sono dei cuccioli di San Bernardo. Sono dolcissimi. Sono virtuali. Vivono, forse vivevano, unicamente all'interno di un trabiccolo elettronico, più evoluti del famigerato Tamagotchi, ma animati dallo stesso concetto: insegnare ai bambini che gli animali sono come giocattoli, asettici, inodori, che puoi estrarre e riporre a piacimento, una lacrimuccia se, per caso (in realtà per dimenticanza del "padroncino") muoiono.
È al cospetto di accrocchi come quello che ci si sorprende a ricordare: per fortuna che noi "La domenica andavamo allo zoo", proprio come da titolo del volume curato da Carlo Pozzoni. Veramente non accadeva solo di domenica. Bisogna ammettere che Como non offriva, così come non offre, particolari divertimenti per gli "under 10". Basta passare per i giardini a lago e soffermarsi a guardare i giochi per rendersi conto che sono ancora gli stessi degli anni Settanta. Qualche metro più in là, spostata rispetto alla collocazione originale, la locomotiva su cui arrampicarsi incuranti del cartello "Vietato salire", e poi c'era lo zoo. La "giungla nella città", oggi solo un frammento della memoria che le immagini e il racconto di Pierluigi Comerio aiutano a ricostruire. Era un altro mondo che, all'epoca, sembrava perfettamente normale, soprattutto a chi non frequentava quei luoghi soltanto nei pigri pomeriggi domenicali (la Polaroid: madri con autoradio sottobraccio, padri con radiolina all'orecchio, figli che "tirano" verso questa o quella gabbia).
Quando la televisione era, fortunatamente, "solo" un elettrodomestico e ai ragazzi era dedicata non più di un'ora al giorno di programmi genericamente educativi (e quindi non particolarmente graditi al piccolo pubblico) uscire di casa era un obbligo. In viale Cavallotti c'erano tanti amici ad aspettare: c'erano i pinguini, così austeri con le loro marsine, lo sguardo serio di chi si sente un po' il vero guardiano di tutti gli altri. C'era l'otaria Willie, nerissima, lucidissima, simpaticissima, che avrebbe fatto di tutto per un pesce. Sembrava che ti riconoscesse e, accidenti, ti riconosceva: non poteva essere altrimenti, se no come giustificare tutte quelle feste, quelle piroette, quegli applausi con le pinne? La scienza non può sconfiggere la fantasia: l'otaria non si comportava così perché era la sua natura, era una giovialona che conosceva per nome tutti i bambini. Perché a quell'età, in quegli anni, non esisteva il "politicamente corretto" e nessuno si interrogava sull'utilità, il senso dello zoo, del trattenere in gabbia animali fatti per correre liberi, del trasportare sul lago di Como un lama peruviano, una gru africana e capre tibetane, abituati a condizioni climatiche ben differenti da quelle lariane e, comunque, diverse tra di loro. Non interessava: era magia. In quegli anni Walt Disney stava insegnando che tutti gli animali hanno una personalità, dei sentimenti, caratteristiche ben definite. E lì Bambi non era solo il protagonista di un film: potevi vederlo, toccarlo, accarezzargli il muso e dargli da mangiare. Diventava anche un po' tuo. La terribile tigre che terrorizzava Mowgli ne "Il libro della giungla"? Eccola là e si chiamava Sandokan, proprio come il protagonista dello sceneggiato che si vedeva in tv, la "tigre" per antonomasia.
Oggi, semmai, è lecito, anzi, doveroso porsi alcune domande. La più importante, a distanza di più di vent'anni dalla chiusura del giardino zoologico di Como, è: ma gli animali erano trattati bene? Il libro risponde con le immagini di Augusto Galmarini, di sua moglie e dei suoi figli, cresciuti in una famiglia allargata fatta di leoni (Ripa e Monti), tigri, boa, scimmie, perfino piranhas. Sono fotografie di grande tenerezza, testimonianze di un grande amore ed estremo rispetto degli "ospiti". Semmai erano i bambini ad avere meno rispetto, a ingozzare le caprette di patatine salate, a urlare e gridare imbarazzati ogni volta che il mandrillo... faceva il mandrillo per non parlare della lunga attesa della ruota del pavone che si faceva pregare eccome. Un altra tappa obbligata davanti al pappagallo, cercando di farlo parlare: erano anche gli anni di Portobello e, quindi, era ovvio che, alla fine, avrebbe detto qualcosa, magari anche di imprevisto.
Un po' come il leone di cui tutti volevano ascoltare il possente ruggito che si disperdeva nell'aria non così inquinata anche acusticamente come oggi: quel verso risuonava per alcune centinaia di metri, imperioso e fiero, da vero re di una foresta ricostruita in pieno centro. Oggi ci sono i bioparchi, le ricerche sugli animali per la scuola si fanno senza alzarsi dalla sedia, cinque minuti di superficialità raccattate in rete, in genere tutte dalla stessa fonte (la prima che si trova sul motore di ricerca, ovvero quasi sempre Wikipedia), gli zoo sono ricordati quasi con rammarico, eppure quando, nel 1988, si chiuse quel cancello non fu un bel momento. Ecco che il volume risponde a un'altra domanda che tutti si erano posti: ma che fine hanno fatto tutti quegli animali? Ricollocarli, raccontano gli eredi di Galmarini, non è stato facile, ma alla fine ognuno ha trovato una nuova casa altrove, purché fosse accogliente e nella nuova sistemazione il trattamento fosse sempre da grand hotel. Oggi si creano agli animali domestici profili su Facebook per farli interagire anche se, naturalmente, sono i "padroni" a farlo. Allora ci si fermava davanti alle gabbie con un misto di trepidazione e allegria e le foto di questo album dei ricordi provocano gli stessi sorrisi, velati di nostalgia di tutta un'epoca della vita. E dopo lo zoo? Diretti da Mantovani per lustrarsi gli occhi, ma questa, come si suol dire, è un'altra storia.

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