Domenica 19 Febbraio 2012

Alida Valli: "Cara Provincia
a Hollywood provo disagio"

di Elena D'Ambrosio *

Il Festival del Cinema di Como ha aperto i battenti con un fitto calendario di appuntamenti. Quest'anno verrà reso un omaggio particolare ad Alida Valli, "mostro sacro" del cinema e del teatro italiano, scomparsa nel 2006, con la proiezione di un film del 1960, "Occhi senza volto", del regista Georges Franju, e la presentazione del libro che il critico cinematografico Nicola Falcinella le ha dedicato ("Alida Valli. Gli occhi, il grido", Le Mani editore, 160 pag., 15 euro). Approfittiamo dell'occasione per riportare alla luce un piccolo episodio della sua vita sicuramente inedito, una vera e propria "chicca" che abbiamo scovato tra le raccolte ingiallite del nostro giornale.
Alida Valli, come è noto, aveva un legame speciale con Como, non solo perchè ha vissuto l'adolescenza e la prima giovinezza nella nostra città, dove si era trasferita con la famiglia da Pola, ma anche per la grande storia d'amore con l'aviatore comasco Carlo Cugnasca, perito tragicamente nel 1941 nei cieli di Tobruk.
L'attrice offre forse la più significativa prova di questo legame nel 1947 quando, all'apice del successo, si era trasferita a Hollywood, chiamata dal famoso produttore David O. Selznick della Vanguard Film, che voleva fare di lei una nuova Greta Garbo. Nel maggio di quell'anno la diva, con un gesto spontaneo, sceglie proprio il nostro quotidiano per far giungere ai numerosi ammiratori italiani il suo saluto, e soprattutto per renderli partecipi della meravigliosa e, nello stesso tempo, massacrante esperienza che stava vivendo. Possiamo immaginare l'invidia delle maggiori testate nazionali, che avrebbero fatto carte false per assicurarsi l'esclusiva.
Si tratta di una lunga lettera che lei invia espressamente a "La Provincia" e il cui testo viene riprodotto integralmente nel numero del 29 maggio 1947. L'attrice, che ha goduto fama di essere un po' fredda e altera, sembra lasciarsi andare sull'onda delle emozioni del momento, senza alcun filtro. Con un tono familiare che assume quasi il carattere dello sfogo, racconta le difficoltà, le ansie, le speranze, i sacrifici e la volontà di riuscire, senza il timore di rivelare le proprie debolezze, i diversi stati d'animo.
«Cara "Provincia" - esordisce - mi trovo bene ad Hollywood, anche se tutto, completamente tutto, qui è nuovo per me. La vita, l'ambiente i compagni di lavoro, lo stesso lavoro in un certo senso. Qui in America lavorare in un film è una cosa assai seria. Lo stesso ritmo intenso della produzione (...) dà anche a chi come me, è ormai abituata al lavoro cinematografico, e che di films ne ho interpretati molti, un senso di disagio, che a volte fa cadere nello sconforto». La Valli era negli Stati Uniti, con il marito e il figlio Carlo, solo da cinque mesi e stava girando il suo primo film americano, "Il caso Paradine", diretto da Alfred Hitchcock e sceneggiato da David O. Selznick. Pur non essendone l'interprete principale, lavorava al fianco di attori famosi in tutto il mondo, come Gregory Peck, Charles Laughton, Ethel Barrymore e sopratttutto sotto la direzione di un regista del calibro di Hitchcock.
Del primo incontro con il "maestro del brivido" l'attrice parlerà alcuni anni più tardi in un memoriale a puntate ("Alida Valli. Racconto la mia vita"), pubblicato dal rotocalco "Tempo". L'attrice ricorda in particolare quando, durante un provino a sorpresa, Hitchcock aveva incominciato a parlare del lago di Como, che conosceva bene avendovi girato il suo primo film da regista ("Il giardino del piacere"), e lei ridendo aveva tentato di rispondergli in «un inglese rabberciato in cui affioravano spesso parole italiane».
La scarsa conoscenza dell'inglese è stata tra i maggiori ostacoli da lei incontrati nella nuova avventura appena intrapresa. Lo sostiene anche nella lettera inviata alla "Provincia", dove afferma di essere costretta a sacrificare le ore di libertà, «quelle che dovrebbero essere di riposo», nello studio e perfezionamento della lingua «cosa questa indispensabile per una buona riuscita, dato che, come è noto, qui ad Hollywood non si usa doppiare la voce dell'attore».
In questi primi mesi nella "mecca del cinema" aveva frequentato poco la vita mondana. Era stata a qualche ricevimento, come quello offerto dal compagno di lavoro Gregory Peck, nella sua casa di Beverly Hills.
E proprio ad uno di questi party aveva conosciuto la "divina" Greta Garbo, di cui aveva riportato «una grande impressione». La missiva si conclude con un pensiero rivolto all'Italia, che le mancava già molto: «Come già ho detto, mi trovo bene ad Hollywood. Lavoro con entusiasmo e sono certa di non dare ai miei amici italiani delle delusioni. Mi trovo bene, è vero. La California è bellissima sembra quasi di vivere nel nostro Paese, tuttavia lo confesso a volte mi assale una struggente nostalgia per l'Italia».
Sarà proprio questa nostalgia e l'incapacità di adeguarsi ad un ritmo di vita oppressivo e sfibrante, a farla rinunciare, quattro anni dopo, al sogno hollywoodiano. La rottura del contratto che la legava alla casa di produzione americana le costerà una salatissima penale.
Durante questa parentesi americana durata fino all'estate del 1951, aveva girato altri quattro film: "Il miracolo delle campane" con Frank Sinatra, "Il terzo uomo" di Carol Reed con Orson Welles (forse quello più incisivo), "La torre bianca" (il suo primo film a colori) e "Ormai ti amo" di Robert Stevenson con Joseph Cotten.
Era riuscita a farsi apprezzare non solo per la sua bellezza malinconica e sofisticata, ma anche per le indiscusse doti interpretative, e a conquistare l'amicizia e la stima di diversi divi americani. Tutto ciò non era bastato, tuttavia, a farle superare il suo profondo disagio, la difficoltà a sottostare alle ferree e spietate leggi della produzione americana. Il ritorno in Italia non poteva più essere rimandato.
(* Storica)

v.fisogni

© riproduzione riservata