Lunedì 26 Marzo 2012

Vandana Shiva a Como
per far pace con la Terra

di Giacomo Magatti *

"La terra nelle nostre mani. Diritto al cibo e rispetto dell'ambiente": è il titolo dell'appuntamento promosso questa sera a Como dal festival culturale Parolario con Vandana Shiva, 60 anni, ricercatrice indiana nota in tutto il mondo per il suo impegno ambientale.
La sua biografia è ricca e variegata. Dopo un dottorato in fisica la Shiva ha deciso di fare della sostenibilità il centro della sua ricerca interdisciplinare che abbraccia tematiche quali acqua, biodiversità e filiera alimentare con una particolare attenzione al controverso tema degli Ogm, ma anche politica ed economia ambientale, proprietà intellettuale, biotecnologie, bioetica. Citando solo alcune sue esperienze principali, nel 1982 ha fondato il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource con l'obiettivo di risolvere i più rilevanti problemi sociali ed economici in collaborazione con le comunità locali ed i movimenti sociali. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, considerato il premio Nobel alternativo.
Vicepresidente di Slow Food, ha appena pubblicato il saggio "Fare pace con la Terra" (Feltrinelli, 281 pag., 18 euro), quasi un manifesto del suo pensiero trasversale tra sostenibilità locale, ambiente e sviluppo economico globale, un saggio in cui la ricercatrice indiana documenta quella che lei definisce la «guerra in atto contro la Terra e i suoi abitanti» ma anche la lotta in sua difesa, per il diritto dei popoli a godere del suolo e dell'acqua, delle foreste, delle sementi e della biodiversità. Fare pace con la Terra è «un imperativo per la sopravvivenza e per la libertà, perché come diceva Gandhi: la Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l'avidità di alcune persone». La tematica cibo-ambiente è sicuramente un punto cardine della sua attività, soprattutto in un tempo in cui c'è un grande interesse intorno alla provenienza degli alimenti: si compra biologico e da filiera corta e sempre più persone coltivano un orto.
Anche grazie a persone come Vandana Shiva che ha fondato "Navdanya", un movimento - presente anche in Italia - per la conservazione delle biodiversità e per i diritti degli agricoltori con l'obiettivo di salvaguardare la terra, i semi, e le persone che della terra vivono: i contadini ma anche tutti noi che ci nutriamo dei suoi frutti. L'agricoltura industriale ha sostituito le persone con i capitali e la chimica, ma «dovendo fare i conti con una crisi economica ed ecologica, e che le risorse sono scarse come il capitale, allora dobbiamo rimpiazzare i prodotti chimici e il capitale con le persone».
"Navdanya" trae ispirazione da una preghiera antichissima dedicata al seme e alla sua capacità di rinnovare continuamente la propria forza vitale senza esaurirsi mai. Come la voglia di lottare che in questa donna sembra inesauribile: «non ci stancheremo mai. Non importa il contesto in cui ci troveremo ad operare. Ci daremo energia a vicenda e daremo questa energia alla società con nuove idee creative. In questi tempi volatili dobbiamo concentrarci su quel che è duraturo nel tempo, gli aspetti migliori della nostra umanità e dei rapporti fra le persone. Non dobbiamo sprecare nessun individuo e nessuna specie e impegnarci per far sì che nessuna specie si estingua. È l'idea di democrazia più importante dei nostri tempi».
Molti esprimono dubbi sul fatto che l'agricoltura non industriale possa davvero nutrire il mondo, ma "Navdanya" ha aperto fattorie nelle quali si vede come piantando nove colture diverse su un'area si ottenga più cibo che attraverso una monocoltura e usando tecniche di agroecologia si produca più che ricorrendo a fertilizzanti chimici. È contraria anche agli Ogm, contro cui da sempre si batte, non solo perché a promuoverli sono multinazionali che puntano a detenere il monopolio sulle sementi, lo farebbe anche se fossero gestiti pubblicamente, ma perché li ritiene nocivi per l'ambiente (non fanno diminuire l'uso di fitofarmaci e pesticidi), non sicuri e ritiene saranno la rovina dei piccoli produttori per cui i costi diventeranno insostenibili.
La filiera alimentare è importante causa anche del cambiamento climatico. In "Soil not oil" ricorda come l'agricoltura industriale sia responsabile del 40 % delle emissioni di gas serra: è necessario decentralizzare e rendere più ecologici produzione e consumo dei beni alimentari, processo che rafforzerebbe la sicurezza alimentare fermando al contempo il degrado del suolo e delle risorse idriche dando così un aiuto deciso contro la fame di un miliardo di persone. Un cambiamento che può essere intrapreso direttamente dalle persone senza aspettare incerti accordi internazionali. Questo perché il 75 % del cibo globale viene dalla produzione di piccoli contadini, a cui bisogna però far capire di essere la vera spina dorsale dell'agricoltura.
Solo alcuni tratti di un pensiero e un impegno ricco e variegato con un denominatore comune basilare per l'ambiente ma fondamentale per lo sviluppo politico, sociale ed economico: la sostenibilità, concetto che deve divenire con urgenza prioritario nelle agende decisionali locali e globali, riorientando o meglio ancora ridefinendo molti paradigmi che sempre più stanno dimostrando essere falsi o perlomeno superati.

(* Giacomo Magatti, comasco, è assegnista di ricerca al centro Polaris dell'Università di Milano Bicocca, dove si occupa di analisi e valutazioni degli impatti ambientali. Fa parte inoltre del network Rete Clima, ento no-profit per la promozione della sostenibilità ambientale).

v.fisogni

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