Giovedì 29 Marzo 2012

Vattimo rilancia
il pensiero debole

di Vera Fisogni

Che ci fosse la realtà, da intendersi come qualcosa di diverso dalla fiction, ci siamo accorti tutti con la crisi del 2008. Si è capito, nell'arco di poche ore, quanto fosse virtuale la finanza dei colossi americani e di come, invece, fosse vicino al Paese "reale" il sistema bancario italiano: proprio questo, almeno in una prima fase, ha evitato l'effetto Concordia dei nostri conti. Poi è andata come sappiamo. E la realtà è che siamo ancora in alto mare. Ma siamo sicuri che questa sia la verità? Potrebbe anche darsi che non esista nessun Paese reale, se non nei dati Istat. E forse, nemmeno un Paese, visto il peso dell'Unione Europea nelle politiche nazionali.
Per farla breve, tutto ciò che entra in rapporto con ciascuno di noi - le cose - si presta ad essere raccontato, visto, esaminato secondo prospettive individuali o paradigmi culturali. Sull'onda di questa idea Gianni Vattimo rilancia e aggiorna il pensiero che lo ha reso celebre trent'anni fa, secondo cui non ci sono fatti, ma soltanto interpretazioni. È un riandare deciso all'ermeneutica quello consegnato in "Della realtà. Fini della filosofia" (Garzanti, 238 pag., 18 euro ), motivato proprio dall'imporsi del "nuovo realismo", una sorta di «ritorno all'ordine che nella cultura, non solo filosofica» che «si è fatto sentire in questi anni». Più che un testo di pensiero, il volume - che riunisce i corsi tenuti a Lovanio (1998) e le Gifford Lectures di Glasgow (2010, considerate una sorta di "Nobel dei filosofi") - si fa interpretare come un'azione politica. Non tanto per i riferimenti all'attualità, a destra e sinistra, area quest'ultima dell'impegno militante del filosofo torinese. La critica alla realtà diventa strumento di delegittimazione del potere autoritario, nonché di qualsiasi fondamentalismo, alla cui genesi - secondo Vattimo - contribuisce sempre l'idea che la realtà sia qualcosa di oggettivo, che "sta". Il punto di vista dell'autore è invece che «interpretazione e cose, ed Essere sono parti dello stesso accadere storico».
È egli stesso a spiegarci come sia giunto a una simile conclusione. I riferimenti teorici sono Heidegger  e Nietzsche, ma anche il lavoro con Gadamer (di cui fu allievo) e sulla sua opera (Vattimo ha tradotto "Verità e metodo") lo hanno portato ad elaborare (con Pier Aldo Rovatti) un sistema originale di idee, meglio noto al grande pubblico come "pensiero debole". Ormai entrato nell'uso e nell'abuso quotidiano, collegato ai termini altrettanto popolari di "postmoderno" e "relativismo", esso si basa sul presupposto che la verità oggettiva sia inconsistente perché è fragile la sua pretesa di realtà. Che il Governo Monti - per fare un esempio - sia il miglior governo possibile per questa Italia, può essere creduto, ma non è affatto "vero". La credenza, a sua volta, altro non è che "interpretazione". Insomma, risulta chiaro in che senso il pensiero per Vattimo sia debole: non ha alcuna presa su un vero assoluto, bensì su verità continuamente aggiornabili. Deboli non perché fiacche, semmai perché non pretendono di schiacciare altri punti di vista, come colossi granitici.
Si capisce, quindi, per quale motivo Vattimo indichi nel dialogo l'unica strada per conseguire qualcosa di saldo, di vero («diciamo di aver trovato la verità quando ci mettiamo d'accordo»). Fa bene Vattimo a ribadire, in purezza, le proprie idee. Anche perché negli ultimi anni si è associato il pensiero debole al relativismo, specie in virtù di un celebre j'accuse di Benedetto XVI. Il libro, pur non citando esplicitamente la querelle, indica l'atteggiamento ermeneutico e di critica alla realtà oggettiva come autenticamente evangelico. Gesù che non si impone, dialoga, mostra le proprie fragilità come punti di forza, conduce Vattimo - il quale si definisce «credente o mezzo credente» - a rintracciare nel "pensiero debole" un «erede dell'ideale cristiano della Carità». Complesso, ma chiaro, il libro ha il grande pregio di provocare in continuazione il lettore. La domanda che si impone, fin dalle prime pagine, è se Vattimo abbia ragione a privare di ogni consistenza oggettiva la realtà. A ben vedere, il mondo virtuale qualche problema l'ha provocato. A partire dal dialogo interpersonale, così caro al filosofo torinese e così penalizzato nella vita di ogni giorno, a tutto vantaggio di una comunicazione fredda, in social network in cui non si sa mai se l'identità dell'interlocutore sia quella o un'altra. Quanto alla pretesa di verità, Vattimo, pur affrontando il tema del male, trascura di confrontarsi con il totalitarismo, che Hannah Arendt descrisse come mondo al contrario e fittizio. Del resto, anche le interpretazioni si possono imporre, altro che. Pensiamo all'ex premier Silvio Berlusconi, che ha fatto credere agli italiani di esser ormai fuori dalla crisi globale, mentre il Paese si avviava sull'orlo del precipizio. Allora, cosa c'è che stride, dove è debole il pensiero di Vattimo?
Il limite maggiore - a giudizio di chi scrive - consiste nel ridurre la consistenza del reale al suo rapporto con la verità. Nell'esperienza quotidiana la verifica conoscitiva, cioè la corrispondenza di "questo tavolo" ad una certa idea di "tavolo", non è tutto. Può darci sollievo appoggiarvi una borsa pesante o apprezzarne la struttura, oppure rievocarne la dimensione affettiva, pensando a persone care che si sono sedute con noi.
La metafisica medioevale, quella più realistica dopo Aristotele, assegnava alcuni caratteri (o trascendentali) alle "cose": il vero si integra al bello, al buono, all'essere una e così via. Nessuno di questi tratti, che consentivano di farsi un'idea dell'oggetto, cioè di interpretarlo, aveva un senso al di fuori della presenza di esso, per quanto ciò possa sembrare ingenuo. Può dunque essere vero che una rosa è un concentrato di significati, ma se questo gioco ermeneutico si fa, è perché «una rosa è una rosa».
Cioè, qualcosa.

v.fisogni

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