Venerdì 13 Aprile 2012

La poesia fa bene
A volte può guarire

di Laura Di Corcia *

Che la poesia abbia un valore terapeutico è cosa risaputa e ripetuta nei secoli, e anzi, nell'Ottocento al poeta veniva addirittura riconosciuto il ruolo di vate. Per certo, soprattutto nel Novecento, le cose sono parecchio cambiate. E c'è anche chi, come Guido Gozzano, ha affermato che la poesia è «del tutto inutile». Decenni più tardi un musicista-poeta come Fabrizio De André scriveva: «Il canto ha ancora oggi, in alcune etnie cosiddette primitive, il compito fondamentale di liberare dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male».
Ma un testo poetico, oltre ad essere un efficace lenitivo per il dolore della psiche, può anche essere un aiuto reale per i malati di altre patologie? Questo sarà questo il tema della seconda edizione del Festival “Europa in versi”, domani a Villa del Grumello di Como a partire dalle ore 15, alla quale presenzieranno, oltre a poeti del calibro di Maurizio Cucchi, Biancamaria Frabotta, Milo De Angelis e Giampiero Neri, anche specialisti impegnati sul fronte delle "Medical Humanities", ovvero un insieme di discipline che indagano quanto le scienze umane – e soprattutto la letteratura – siano funzionali a livello terapeutico. C'è chi ha fatto esperienza sul campo del valore terapeutico dei versi e può renderne conto: per esempio il poeta Fabiano Alborghetti, che pure parteciperà alla giornata, forte di una sperimentazione importantissima, ovvero il progetto “Leggere, con cura” all'Ospedale regionale di Lugano, ripetuto per due anni di fila - un'incursione ospedaliera nel vero senso della parola, con tanto di distribuzione di cartoline poetiche ai degenti.
«La poesia non cura il corpo in senso medicinale - spiega il poeta ai lettori de "La Provincia" - ma cerca in parallelo di agire in due direzioni: la prima è ridurre il senso di estraneità che il degente prova sia nei confronti della malattia che della struttura ospedaliera, la seconda è creare una reazione, un movimento. La poesia può ampliare gli orizzonti dell'immaginazione, ad esempio consentendo l'emergere di emozioni che a quel punto saranno materiali e presenti. A quel punto il malato saprà indicarle, forse anche con chiarezza, e potrà attribuirgli un significato». Attribuire un significato alle cose è dar loro un nome: estrapolarle dal magma indisciplinato dell'inconscio e portarle alla luce, trasformandole in qualcosa di migliore. È la condizione di «le rose e l'abisso», tanto per citare un poeta che alla relazione fra la guarigione psichica e la poesia ha prestato parecchia attenzione, ovvero il triestino Umberto Saba. «Questo è il movimento in avanti che si intende proporre – continua Alborghetti - Non solo contenimento o espressione del dolore, come molti credono, bensì un moto vitale e una reazione in positivo. Ed è in questa direzione che si orienta la pratica delle Medical Humanities». La disciplina è nata una trentina di anni fa a Galveston, nel Texas, con lo scopo di avvicinare le scienze mediche a quelle umanistiche attraverso la narrazione, proponendo agli studenti di medicina un corso di letteratura che si concentrasse su quei testi dove il tema della malattia è stato affrontato con sensibile profondità (come ad esempio la "Montagna incantata" di Thomas Mann o a "La peste" di Albert Camus): perché bisogna sottolineare che non sono solo i pazienti a trarre beneficio dalla lettura di certi testi, ma anche gli stessi curanti, che si trovano a compiere uno sforzo di comprensione rispetto al dolore (non solo fisico, ma anche psicologico) dei malati. Tornando alla terapia in versi, va detto che c'è testo e testo.
Ci sono versi che prendono a schiaffi e muovono verso una percezione meno brillante dell'esistenza, ricordandoci la nostra condizione caduca e transeunte – seppur questo, almeno stando a un grande filosofo come Martin Heidegger, sia fondamentale per ampliare gli orizzonti percettivi. Ma la poesia non è tutta materia inquieta. Ci sono versi giocosi e frizzanti, che provocano un aumento di vitalità. Pensiamo a una poetessa-bambina come Vivian Lamarque. O alle bellissime filastrocche di Aldo Palazzeschi, per tornare a inizio Novecento. O allo stesso Guido Gozzano, già citato, che, pur per il tramite della sua amata, la signorina Felicita, suggerisce un modo di vivere felice e senza pensieri, e prende il lettore per la cravatta e non lo molla, incastrato in un gioco di rime per nulla scontate. Per superare i rigori dell'inverno e i malanni legati al freddo, ricordandosi che la primavera arriva sempre, nulla di meglio di “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri.
Per le donne che hanno subito qualche delusione amorosa, si consigliano alcune poesie di Alda Merini, per esempio tratte dalla raccolta “Vuoto d'amore” (gli uomini potranno rifarsi leggendo Alfonso Gatto, poeta un po' dimenticato, ma nostalgico fino allo strazio).
(* Italianista e poetessa ticinese)

v.fisogni

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