Martedì 15 Maggio 2012

Il "Premio Strega" Nesi
a Como dialoga sul futuro

di Francesco Mannoni

Edoardo Nesi, vincitore del premio Strega 2011 con "Storia della mia gente" e ora in libreria con "Le nostre vite senza ieri" (Bompiani, 155 pag., 16 euro), ha sperimentato sulla sua pelle a causa della globalizzazione, la necessità di vendere l'azienda tessile di famiglia e rinunciare al sogno di una vita, incalzato dell'imprenditoria cinese di Prato.
Il suo nuovo libro sfugge a qualsiasi tentativo di codifica: non si tratta di un saggio, né di un romanzo convenzionale, ma di una sorta di cronachiere italiano in cui si sommano eventi drammatici e d'attualità. «Il futuro non è più un'immensa autostrada vuota - scrive -, e l'economia italiana non è più una rombante Ferrari a dodici cilindri. A noi, alle nostre figlie e ai nostri figli è toccata in sorte una stradina stretta, e siamo al volante di un'utilitaria ibrida, in mezzo a un traffico infernale». Pensieri amari per un libro di grande impegno civile.

Nesi, come siamo arrivati a questa situazione?

A Prato e in tanti altri centri manifatturieri, a questa situazione siamo giunti con la globalizzazione, presentata in Italia come se fosse la manna del cielo: questa è stata la molla scatenante. Ci siamo trovati improvvisamente incapaci di interpretare il mondo nel quale vivevamo, e da qui la rabbia, perché non riuscivo a  spiegarmi perché i miei clienti compravano sempre meno, nonostante gli sforzi fatti per migliorare la qualità dei tessuti.

Raccontando Prato lei narra l'Italia del momento, con un deficit fallimentare che provoca tragedie. Per questo, il suo libro ci costringe a  chiederci: che cosa dobbiamo fare?
Prato ha avuto l'incredibile e sorprendente prerogativa di anticipare quello che ora succede all'Italia. La Repubblica popolare cinese ci ha mandato un numero a più zeri di suoi cittadini, che stanno lavorando in dispregio di ogni legge italiana. Qualcuno ha definito "Storia della mia gente" un libro pessimista, ma io ho detto le cose così come stanno, e ho pensato che valeva la pena di affiancare a quel libro un commento ottimista su quello che si potrebbe fare ancora. Non possiamo più permetterci di vivere in un sistema sostanzialmente bloccato; un sistema nel quale la discussione sull'art. 18 si limita ai rappresentanti della grande industria contro rappresentanti dei sindacati  che in gran parte difendono i pensionati. C'è un problema di rappresentanza. Forse è arrivato il momento di vedere se l'organizzazione delle nostre aziende è ancora adatta ai tempi che corrono. Forse stiamo continuando a inserire idee vecchie in aziende guidate da persone che il meglio lo hanno dato vent'anni fa.

L'Italia, mortificata dalla concorrenza e dalla stretta creditizia che rischia di soffocare gli imprenditori, che cosa può aspettarsi per il futuro?  Le nostre vite "senza ieri", saranno presto anche senza domani?
No, non possono e non devono essere senza domani. Ho usato  ieri nel titolo proprio per lasciar posto al domani, anche se l'ieri ci pesa sulle spalle, ed è un confronto troppo difficile e anche ingiusto. Quando mio padre aveva successo negli anni sessanta, settanta e ottanta con la sua azienda, i tempi erano più facili di quelli attuali. Chi lavorava allora aveva la certezza di un mercato, e di poter ottenere un fido bancario: oggi queste sicurezze non ci sono più.

Al nostro presente agonizzante, che medicina consiglia allora di somministrare?
Avrei voglia di vedere delle aziende nuove create dai giovani. Ma le banche non accettano più di finanziare un'idea perché anche le buone idee in tempi di globalizzazione entrano immediatamente in concorrenza con le aziende cinesi e indiane, e hanno una vita tribolata sin dalla nascita.

Per concludere, di che cosa ha bisogno chi è rimasto sulla piazza?
Avrebbe bisogno di una mano e di un po' di comprensione, perché la vita economica del Paese si basa sulle discussioni che passano sopra la testa dei piccoli imprenditori e dei loro milioni di dipendenti. Chi resiste andrebbe sorretto adeguatamente dallo Stato.

v.fisogni

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