Martedì 18 Settembre 2012

Lo Hobbit è tornato
Ecco il suo segreto

di Paolo Gulisano

«In un buco della terra viveva un Hobbit». Questa la strana frase venuta improvvisamente alla mente di un giovane docente universitario inglese che in un caldo pomeriggio estivo, nella sua casa di Oxford, correggeva i compiti di ammissione all'università.
Uno degli esaminandi aveva lasciato il suo elaborato di letteratura inglese in bianco, e il professor John Ronald Tolkien, per una misteriosa ispirazione, scrisse su quel foglio bianco quella frase. Era nato un nome, Hobbit, e in breve tempo il nome sarebbe diventato un personaggio, la più originale creatura del vasto mondo fantastico del più geniale scrittore di Letteratura dell'Immaginario. Quella ispirazione improvvisa fu all'origine non solo del racconto che sarebbe stato pubblicato anni dopo, il 21 settembre 1937, col titolo "The Hobbit,  There and Back Again", cioè "Andata e ritorno", ma anche di tutta l'opera successiva di John Ronald Tolkien, e in particolare il suo capolavoro "Il Signore degli Anelli". Senza quel buffo personaggio, lo Hobbit, probabilmente tutto l'universo fantastico che Tolkien andava elaborando da anni non avrebbe mai conosciuto la pubblicazione: il timido professore avrebbe continuato a scrivere a matita sui suoi quaderni storie di elfi, di ascese e cadute di antichi regni, storie mitiche collocate in epoche arcaiche che quasi sicuramente nessun editore avrebbe mai pubblicato. A settantacinque anni esatti dalla sua uscita questo libro conserva intatto tutto il suo fascino, tanto da avere indotto Peter Jackson, che dieci anni orsono realizzò l'epica impresa di far diventare il capolavoro di Tolkien un'opera cinematografia, una Trilogia che, oltre a conseguire uno straordinario successo, ha determinato una significativa riscoperta di Tolkien e della letteratura dell'Immaginario.
Ma tutto quanto abbiamo conosciuto e amato nel Signore degli Anelli non sarebbe stato possibile senza lo Hobbit.
Questa storia è molto più che un prequel del "Signore degli Anelli", come molti dei lettori - o spettatori - più recenti potrebbe credere. Non è una storia - come molto spesso accade nel caso dei prequel, appunto - per spiegare a posteriori gli antecedenti, i segreti, i misteri di un'opera. Il racconto delle avventure di Bilbo Baggins e di altri personaggi ormai familiari ai lettori della saga dell'Anello, come Gandalf, Gollum, Elrond, nani ed elfi, uscì dalla fantasia di Tolkien molto tempo prima che le vicende della Guerra dell'Anello venissero immaginate. In realtà, il "Signore degli Anelli" fu concepito come il seguito de "Lo Hobbit", e per molto tempo, nella corrispondenza che intercorreva tra Tolkien e l'editore, il libro in gestazione veniva chiamato «il nuovo Hobbit». L'elemento più originale della storia era proprio quella strana creatura, lo Hobbit, che entrò decisamente nel cuore di Tolkien. Anni dopo ebbe a dire di se stesso di essere in tutto e per tutto un Hobbit, fuorché per la statura.
La storia era nata certamente, nelle intenzioni dello scrittore, come una fiaba per bambini, narrata con un tono colloquiale in cui il narratore si rivolge ai piccoli lettore invitandoli ad avventurarsi loro stessi nella storia. Nel corso dei diversi anni di preparazione del libro, tuttavia, il racconto si arricchì di elementi mitici, attinti dal bagaglio culturale dell'autore che era docente di filologia ad Oxford.
Le fonti di ispirazione principali erano quelle delle  antiche epiche del Nord Europa: dall'antico poema anglosassone "Beowulf", dove domina il tema dello scontro con il drago, all'antica "Edda Poetica" della mitologia scandinava, alla quale Tolkien attinse soprattutto per i nomi, in particolare quelli dei nani, per arrivare infine a quel mondo inventato che Tolkien stava elaborando e che affiora più volte nel corso del racconto, come il ruolo degli elfi, o la presenza di un grande male (la misteriosa figura del Negromante) che fa trapelare la presenza del Nemico, dell'Oscuro Signore. Nella fiaba fanno capolino alcune delle grandi questioni e dei temi che Tolkien affronterà poi nel suo opus magnum: il tema del potere, la seduzione del male, il viaggio e la Cerca, l'eroismo nascosto. Tolkien sceglie il linguaggio del simbolo e della fiaba per suscitare nel lettore la nostalgia per cose grandi e belle, come aveva detto il grande Gilbert Keith Chesterton: «Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti».

v.fisogni

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