Domenica 15 Febbraio 2009

Marinetti fa teatro: il panciotto di Depero
e l'eroico Sant'Elia

di Alberto Longatti

Dalla serata futurista al Politeama del 1911 trascorrono poco più di dieci anni, ma sembra che sia passato un secolo. In mezzo ci sono i tumulti per l’interventismo, i discorsi infuocati per l’entrata in guerra dell’Italia, l’arruolamento, il conflitto europeo. Dopo la guerra, i disordini sociali, il difficile ritorno alla normalità dei reduci, la nascita del fascismo. Marinetti, Mario Carli e altri futuristi partecipano alla fondazione del Fascio di Milano.
Marinetti è amico di Mussolini, con lui viene più volte incarcerato per sovversione e organizzazione di bande armate. Ma il rapporto solidale con lo squadrismo della prima ora si guasta quando dalla piazza le camicie nere passano alla conquista delle istituzioni. Nel 1920 il drappello dei futuristi si dissocia dai fasci di combattimento, per rientrarvi tre anni dopo, senza peraltro mai avere un ruolo di primo piano nel consolidamento e nella gestione del potere. Malgrado i loro sforzi di farsi valere, vennero sempre considerati degli irregolari, spesso sospettati di ribellismo con una vena anarcoide.


Finiscono le incertezze
Nel 1924 queste incertezze sembrano venir meno, Marinetti è fiducioso di poter ridare prestigio al suo movimento inserendolo nell’alveo del regime, partecipando attivamente alla costruzione di una Patria baldanzosa. «Il fascismo, nato dall’interventismo e dal futurismo, si nutrì di principi futuristi», scrive orgogliosamente in Futurismo e fascismo. Affermazione veritiera, se applicata al momento delle manifestazioni rivoluzionarie, assai opinabile se diretta a quanto avvenne dopo la presa del potere. Ma fra gli assalti di piazza e l’insediamento a Palazzo Venezia c’è un momento di tregua, tutto assorbito dalla propaganda, dall’esaltazione di un avvenire di gloria e di benessere per un Paese che s’ispira ad un grande passato. È durante questa pausa, carica di euforica speranza, che Marinetti torna a Como. L’8 marzo 1924, invitato dai dirigenti del partito, arringa una folla di intervenuti nella sala «Corridoni» presso la sede della Federazione fascista in via Odescalchi, ricavata dalla chiesa sconsacrata di San Pietro in Atrio. Il capo del futurismo ha la fama di un valoroso combattente, è uno dei fondatori del regime, amico personale del duce, autorevole esponente di una delle forze culturali e politiche che più hanno contribuito a formare l’immagine di un’Italia decisa ad imporsi nel mondo. Ad ascoltarlo sono accorsi popolani, borghesi, professionisti, perdigiorno e lavoratori, ricchi e poveri, artisti come Manlio Rho, legionari fiumani come Massenzio Masia; fra di loro non mancano le autorità, il console della milizia Alessandro Tarabini, l’avvocato Ferdinando Lanfranconi ed altri, che sono lì anche in veste di attenti osservatori.
Marinetti è come sempre intenzionato a persuadere gli uditori della bontà dei principi futuristi di rinnovamento dei costumi, anzi, ancora di più, di revisione radicale dei modi di comunicare, di pensare, di vivere. Deve riannodare le fila dei leader futuristi, in grado di arruolare altri seguaci. Qualcuno si è dissociato, come Carrà, altri, gli esponenti maggiori, li ha spazzati via la guerra, come Umberto Boccioni, Antonio Sant’Elia. Proprio per quest’ultimo in particolare Marinetti ha accettato l’invito di recarsi a Como. Fra i pionieri del futurismo, Sant’Elia è quello che ricorda con più fervida simpatia. Nel presentarsi l’aveva incantato con la sua irruenza giovanile, la baldanza delle capacità amatorie, quel giovane magro, dai capelli di fiamma, al pari di lui con l’eterna sigaretta appiccicata alle labbra. Era stato con lui nella prima fase della guerra, ne aveva pianto l’eroica morte sul Carso, leggendo la descrizione dei suoi ultimi istanti fatta da un compagno d’armi, il sottotenente Antonio Giovesi.
E quella vicenda umana Marinetti racconta, in primo luogo, al pubblico plaudente dei comaschi, cercando di spiegare quali erano i pregi dell’architettura santeliana, che voleva «l’armonia e la sobrietà delle linee», come riferisce diligentemente il cronista de La Provincia-Il Gagliardetto.


Atteggiamento di sfida
Senza più le punte dei baffi rivolte all’insù come negli anni della prima giovinezza, ma con la testa sempre orgogliosamente eretta in gesto di sfida, l’inventore delle tavole parolibere sciorina il suo repertorio di idee, di principi, di regole per ottenere «la nuova forma dell’arte e della sensibilità contemporanea»: un’arte, come la pittura di Balla, «che non presenta ciò che si vede, ma esprime ciò che si sente»; il fastidio per i musei, che rappresentano solo il passato e non possiedono «il brivido del domani»; l’esaltazione per la meccanica, che non è «brutta» ma anche nell’automobile e nel tram trova il pregio estetico connesso alla funzione; l’avvento liberatorio in letteratura della «poesia onomatopeica spinta fino al rumorismo» liberando «da molti ciarpami» l’uso della lingua. Qui era inevitabile il ricorso a clamorosi esempi di acquisizioni ai dettami futuristi, fra cui spiccano i nomi di scrittori a livelli qualitativi diversi ma tutti largamente noti, da Mario Mariani (malgrado sia esponente, postilla il relatore, di «un bolscevismo da due soldi») a D’Annunzio, da Pascoli a Da Verona. Più di ogni spiegazione, valgono comunque gli esempi: niente di più persuasivo che la recitazione del già famoso poema parolibero Il bombardamento di Adrianapoli ispirato alla guerra bulgaro-turca del 1912, mimando efficacemente con la voce «il crepitìo delle raffiche, i tonfi squarcianti delle granate, i sibili delle mitraglie, il brontolìo delle cannonate, gli spasimi dei feriti, le urla dei soldati all’attacco», come riferì un entusiasta testimone.


Il panciotto sgargiante
Teatro puro, che vivifica, anima la conferenza. E teatrale è ciò che segue, l’esibizione da parte dell’oratore/attore di uno «sgargiante panciotto confezionato dal futurista Depero», l’allievo di Balla dal nome che al resocontista suona ostico, tanto che lo traduce in De Pero. Anche il panciotto viene accolto da una pioggia di battimani ed alalà: e l’«illustre ospite» viene accompagnato infine a visitare la redazione del quotidiano locale, antenato di questo giornale. Purtroppo non ci sono rimaste fotografie che documentino il fausto evento...
(III puntata)

c.colmegna

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