Mercoledì 13 Maggio 2009

Le lettere di Moro,
lezione di democrazia

di Davide G. Bianchi *

«Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo». Così annotava Aldo Moro alla moglie, pochi giorni prima di morire, ormai consapevole di ciò che lo attendeva. Durante la sua prigionia, lunga 55 giorni, l’uomo politico democristiano scrisse di suo pugno un centinaio di missive, venute alla luce in momenti diversi (nel 1978 e nel 1990, a Milano). Miguel Gotor, ricercatore in Storia moderna all’Università di Torino, le ha raccolte in un libro che, oltre ad essere toccante, insegna molte cose. Dopo averlo presentato "Lettere dalla prigionia" (Einaudi, 400 pag., 17,50 euro) a Parolario 2008, nei giorni scorsi Gotor ha incontrato gli studenti e il pubblico comasco al liceo classico Volta di Como per tornare a parlare di quelle controverse missive. Al termine della conferenza gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Professor Gotor, perché un libro su Moro?

Sono nato nel 1971, e quindi avevo 7 anni quando si consumò quella vicenda. È stato uno dei primi accadimenti di cui ho avuto consapevolezza, o almeno rispetto al quale non sono rimasto certo indifferente.

Cosa può imparare un adolescente oggi da questa vicenda?

Può avere occasione di recuperare e approfondire la figura straordinaria di Aldo Moro, uno dei personaggio che maggiormente abbiano contribuito alla crescita della democrazia repubblicana nel nostro paese. E poi possono studiare gli effetti drammatici della violenza politica, che purtroppo ha avuto una storia lunga e tragica.

A questo proposito, le istituzioni che atteggiamento dovrebbero avere, a suo avviso, nei confronti degli ex terroristi ancora reclusi?
Cominciamo con il dire che sono pochissimi quelli che ancora si trovano in carcere. Sono comunque contrario ad ogni ipotesi di amnistia o di indulto, perché la ferita inferta al tessuto civile del nostro paese è stata troppo grave e profonda. Peraltro da parte loro è mancato un contributo di verità su quelle stesse vicende, che sarebbe stato importante oltre che utile. Lo Stato, nell’osservanza di ciò che dispone la costituzione, favore cioè il reinserimento sociale del reo - per inciso, in Costituente il promotore di quella norma fu proprio Moro - deve respingere ipotesi perdonistiche, perché uccidere un uomo per le sue idee non è meno, ma più grave di qualsiasi altro reato.

* Politologo, ricercatore Irer

v.fisogni

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