Mercoledì 27 Maggio 2009

L'appello di Giovio:
«Aiutate quel killer»

di Franco Minonzio

L’istituto della raccomandazione sembra poter rivelare l’identità antropologica della nazione italiana in modo più veridico di qualsiasi altro. Riflettevo su questo punto, mentre scorrevo le filze della sezione "Mediceo" del Principato dell’Archivio di Stato di Firenze, costituite in larga misura da suppliche o da commendatizie, indirizzate al duca Cosimo de’ Medici, o più spesso a uno dei suoi potenti collaboratori (Lelio Torelli, Pierfrancesco Riccio o Cristiano Pagni), quand’ecco che mi capitò tra le mani l’autografo di una raccomandazione il cui testo mi era familiare.
Era una lettera del 26 settembre 1550, da Firenze, indirizzata da Paolo Giovio al Pagni (già pubblicata da Giuseppe Guido Ferrero, nel tomo II delle "Lettere", nel 1958): lo storico gli chiede di raccomandare al duca Cosimo il fiorentino Vincenzo Ridolfi, un «povero giovane» che si è macchiato di un omicidio «contra quello arrogante et impudente pedante», cioè maestro di scuola, «che disegnava di vituperare una tal casa», ovvero oltraggiare vergognosamente quella casata onesta. Di quale omicidio si trattava? Chi era Vincenzo Ridolfi? E quell’«arrogante e impudente pedante»? E non suona strana una supplica del genere a beneficio di un assassino, per giunta da parte di un vescovo, quale era Giovio? Il fatto di sangue destò clamore in Firenze, e qualche dato si raccoglie agevolmente. L’omicida era figlio di Rosso di Giorgio Ridolfi, che - secondo la testimonianza di Benedetto Varchi - apparteneva ad una famiglia modesta ma, come si diceva allora, «honorata», peraltro decisamente filomedicea. L’assassinato, dal canto suo, non era un magistello qualsiasi, bensì il sagrestano della importante chiesa di Santa Felicita, in Oltrarno, a due passi da Palazzo de’ Pitti. A questo punto, però, la grande storia non soccorre più: così, a chi voglia chiarire quell’oltraggio lavato con il sangue, viene in aiuto la curiosità, impudica e pettegola, delle narrazioni cronachistiche del tempo. Funge egregiamente allo scopo una "Cronaca fiorentina 1537-1555": e da qui si ricava che non di solo onore (o, per dirla chiara, di sesso), si trattava, ma v’era dell’altro. Intanto si parla della vittima come di «quel povero prete»: il quale, rispetto all’assassino, rivestiva sì la funzione di »maestro di due sua nipoti nati di una sua sorella», ma si aggiunge il particolare che, al Ridolfi, detto sagrestano avesse prestato, da un bel pezzo, otto scudi d’oro. Quando le richieste del prete di riavere indietro il fatto suo divennero pressanti, il Ridolfi, «contro di quello mosso a ira», lo uccise accampando il pretesto che andasse a letto con la sorella («sotto folle animo che usava con la sorella»). E per evitare che il Comune si facesse restituire il maltolto, fece una donazione, probabilmente fittizia: pratica in uso da chiunque avesse voluto cavarsi un capriccio, senza esporsi al rischio di pene pecuniarie. Il cronista ci racconta che fu proprio questo episodio la goccia che spinse Cosimo de’ Medici, nel 1551, a emanare una legge che vietasse tali donazioni, obbligando inoltre i genitori a garantire, con il proprio patrimonio, per la condotta criminale e scandalosa dei figli (anche se il cronista non ci svela quale ne fosse stata la reale efficacia). Se poi dalla cronaca facciamo ritorno al retrobottega di una storia maggiore, veniamo a sapere da un altro, non disprezzabile, storico fiorentino, Bernardo Segni (nelle "Storie fiorentine") che già da giovanetto questo Ridolfi doveva essere un fior di canaglia, se è vero che di lui, in quanto compagno di bagordi, si sarebbe servito il primo, e degenere, duca di Firenze, Alessandro de’ Medici, per avvelenare, nel lontano 1534, una Luisa Strozzi, rea di resistere alle sue ducali avances.
Perché Giovio doveva esporsi per un bel tomo del genere ? Nulla sappiamo dei suoi trascorsi rapporti con la famiglia, in quel tempo, dai più, interpretati come tali da far passare in secondo piano i comportamenti dei singoli. Tuttavia, altre commendatizie rimaste, firmate dallo storico, rendono più probabile che a lui, negli anni 1549-1552, tra Pisa e Firenze, si rivolgessero persone molto diverse, cui era ben noto l’ascendente di Giovio presso il duca Cosimo, e che Paolo si compiacesse di questo ruolo, accreditando con l’autorevolezza del suo nome anche richieste indebite, o di persone immeritevoli. Appare invece certo che, negli orizzonti culturali correnti, l’omicidio non era sempre percepito come un delitto di fronte al quale parzialità di varia natura (familiari, di censo, di consorteria) dovessero cedere il passo. Quando poi era commesso da giovani, era forte la tentazione di derubricarlo come mera intemperanza. Nell’Archivio di Firenze resta, ad esempio, una lettera del 7 giugno 1549, nella quale - di fronte ad un caso analogo - una gentildonna, con familismo amorale, si compiace che sia stata comminata una più lieve pena ad un giovane, «accio ch’ habbia a’ andar più ritenuto in commetter altrij eccessi simili al commesso, che fu bruttissimo, assaltando un religioso, vecchio, in mezo la strada publica con le arme», plaudendo però al duca perché «per amor di V.S. non sì è voluto guardar a quel che cotale insolenza meritava».

v.fisogni

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