Giovedì 28 Maggio 2009

Himalaya, magica civiltà
scolpita su pietre preziose

di Carla Colmegna

Salta subito all’occhio, camminando tra i tavoli-bacheca della mostra "Gioielli dei regni himalayani" di Campione d’Italia, la differenza di prospettiva tra Occidente e Oriente, la diversa angolazione dalla quale si guardano le cose, in questo caso i gioielli. È ovvio che si banalizza volendo cogliere le differenze tra civiltà tanto diverse al solo ammirare dei monili, ma viene di pensare che noi occidentali in genere diamo a un gioiello un valore estetico e di ricchezza. Gli Himalayani, ai quali appartengono i 180 gioielli - della collezionista lecchese Bianca Maggi con splendide foto del territorio himalayano di Susanna Milesi - hanno invece un’idea diversa del monile. È per loro, prima di tutto, un oggetto protettivo, una medicina contro asperità del territorio e della natura severa delle vallate dello Zanskar, e una carta d’identità. Collane, pendenti, cavigliere e bracciali, si leggono. I tipi di disegno, di pietre e di materiali preziosi dicono infatti a quale tribù appartiene chi porta il monile, se è ricco o povero, quale religione professa e invitano gli spiriti benevoli a dare la propria protezione, scacciando invece i maligni. E non ci si deve stupire di riconoscere nelle enormi collane o nei ciondoli materiali marini.
Gli himalayani sono abituati al commercio, comperano da chi viene dal mare coralli, conchiglie, ambra, turchese, oro, argento e, questo gli occidentali non lo userebbero mai, almeno oggi, materiale organico umano e animale. Ci sono infatti collane, che sembrano rosari, realizzate con dischetti di ossa umane, o quella dello sciamano fatta con la spina dorsale di un serpente e coppe per le libagioni dei riti magici ricavate dalla calotta cranica umana, foderata d’argento, tamburi in pelle umana, denti e artigli di animali di vario genere che, infilati insieme a bossoli di proiettili e pietre preziose, vengono messi al collo dei bambini per proteggerli dal male. Pesano come macigni, ma gli per gli hymalaiani il peso vale la fortuna che portano ai piccoli. E poi c’è il corredo nuziale, fondamentale. La sposa, durante la cerimonia di unione al marito, deve caricarsi di molti gioielli d’oro, se non li possiede può farseli prestare da una parente, che devono proteggere e ricoprire il corpo, compresi gli orifizi (naso, orecchie, bocca, genitali) in cui potrebbero intrufolarsi spiriti cattivi. Però, l’oro ha anche un significato meno magico e inquietante. È immediatamente monetizzabile e di conseguenza la donna, potrebbe venderlo nel caso ne avesse bisogno.
Accanto a questa possibilità, ha però un onere non da poco, quello di tenere alle caviglie delle cavigliere di metallo, enormi, fino a quando non partorisce il primo figlio. Praticamente quasi una catena. La gioielleria religiosa, insieme all’altra esposta in Galleria non ha più di duecento anni, non può invece essere indossata da tutti perché, ai non prescelti, potrebbe portare sfortuna solo a guardarla; i gau, cioè gli amuleti, sono specie di scatoline decorate con turchesi e coralli e contengono preghiere e formule magiche, sono consacrati e devono stare a contatto col corpo per dare forza a chi li indossa. C’è un pezzettino d’arte d’Himalaya nella Galleria Civica di Campione (bella anche da sola), difficilmente sovrapponibile all’arte dei maestri campionesi conservata nell’ex chiesa di San Zenone, ma che vale una visita.

Gioielli dei regni himalayani
 
Galleria Civica, piazzale Maestri Campionesi, Campione d’Italia. Aperta fino al 28 giugno, lun-ven 14-17; sab.-dom. 10.30-12.30/14-19. Ingresso libero. Infotel.: Uessearte, Como, 031/269393.

v.fisogni

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