Giovedì 25 Giugno 2009

Scapigliatura comasca,
nel segno di Dossi e Lucini

di Alberto Longatti

«L’arte viveva di speranze, tutti erano migliori di quanto non apparissero». Così Gian Pietro Lucini ricordava nell’estate del 1910 i suoi ex amici Scapigliati, su una scrivania al Dosso Pisani posta accanto ad una finestra affacciata sul lago. Riempiva in fretta, febbrilmente, con la sua calligrafia arricciata e obliqua, pagine e pagine di rievocazione della Milano di fine Ottocento ormai inghiottita dall’avanzata della metropoli moderna. Una Milano dove tutto il paesaggio della Scapigliatura aveva mutato la fisionomia: via Vivaio, via Borghetto, via Rossini, le ortaglie, i cortili delle case a ringhiera, le anse ineguali dei Navigli dove si affaccendavano le lavandaie, l’Osteria del Polpetta sull’angolo di via Conservatorio…. Un piccolo mondo, un angolo della città dove giovani artisti, pittori, scultori, letterati, consumarono in pochi anni tutta la loro vita ribellandosi alla realtà di un tempo grettamente imborghesito che tradiva, deformava o lasciava incompiuti gli eroici sogni del Risorgimento. Una generazione bruciata, la si chiamerebbe oggi, che nelle invenzioni narrative si compiaceva di corteggiare la morte descrivendola in toni spesso truculenti, da romanzo gotico, ma senza perdere di vista le proprie dimensioni popolaresche, le angustie dell’esistenza da bohème provinciale, la coscienza della propria emarginazione. Sapevano fin troppo di essere intellettuali lontani dallo snobismo, frequentatori di taverne e non di salotti, bevitori di vino e non di whisky. Non senza ironia per questa condizione di disagio, uno sberleffo davanti allo specchio, fonte di continui, vicendevoli scherzi amarognoli.
Lucini scriveva di tutto questo nel capitolo centrale di un libro, "L’ora topica di Carlo Dossi" dedicato al suo grande amico e maestro che gli era morto fra le braccia nel suo signorile eremo di Cardina, costruito per celebrare una vita d’eccezione e per onorare quanti aveva amato, stimato, conosciuto da vicino. Dossi era riuscito nell’intento di elevare un monumento a se stesso. Il palazzo, progettato da Luigi Conconi ma ideato in realtà da lui stesso, venne costruito in una decina d’anni su un’altura a picco che dominava città e lago, volutamente discosto dall’abitato, alto e inaccessibile come l’orgoglioso maniero di un nobiluomo conscio del proprio valore. Ma non era riuscito ad abitarlo: quando l’arredo era completato, venne folgorato da un ictus cerebrale. Quest’uomo certamente di alto lignaggio, ma bizzarro nell’indole, aveva scelto come segretario e memorialista uno scrittore altrettanto indocile, il Lucini che nella Scapigliatura si era formato ma per uscirne con un salto di qualità europea, agganciandosi ai fermenti inquieti del simbolismo alla francese. Il suo stile era ambizioso, tendente alla ricercatezza nella scelta dei vocaboli e nella struttura delle frasi, con un’alterigia aristocratica che vinceva le sofferenze di un organismo fragile, straziato da un male oscuro, la tubercolosi ossea che l’avrebbe stroncato di lì a non molto. In quell’anno 1910 al Dosso Pisani aveva già sacrificato alla malattia una gamba e prima di esalare l’ultimo respiro, nella sua casa di Breglia sopra Menaggio, gli venne amputata anche l’altra. Ma queste peripezie non avevano mai piegato la sua volontà e fu con entusiasmo che si accinse a dare alle stampe una biografia esaltante le doti di uno scrittore ben più avanti del tempo in cui aveva vissuto, il precursore della "linea lombarda" della letteratura che avrebbe trovato uno sbocco nel complesso impasto lessicale del linguaggio gaddiano. Il Dossi, dunque, era per Lucini, non a torto, il vero iniziatore di un’era nuova, proiettata nel Novecento, colui che con la sua prosa precisa, graffiante, acidula aveva affossato definitivamente le prove generose, ma disordinate della Scapigliatura. Per questo, l’epicedio affettuoso e sentimentale lanciato da Lucini era la liquidazione di un’epoca, il bilancio di un’avventura dello spirito ormai conclusa. Li nomina tutti, i protagonisti di quell’avventura, descrivendoli pittorescamente per quel che erano, Arrighi, Perelli, Uberti, Pinchetti e i più rilevanti, Tarchetti, Praga, Giuseppe Rovani, che Dossi valutava più di ogni altro. Ma in particolare spende la maggior parte delle sue facoltà rievocative, nel libro di "critica integrale", come si compiacque di definirlo, per comporre a modo suo un affresco nostalgico della Milano dove quei disperati anticonformisti avevano tentato di sfidare i potentati emergenti, la città non ancora a dimensione metropolitana «fine ed intellettuale, in cui le Arti avevano la preminenza sopra i traffici e le officine», che «non conosceva l’esigenza nevrastenica della velocità e camminava per le sue strette vie, ad agio, assaporando l’aria». E deplora l’invadenza dei tram sferraglianti che avevano sostituito le vecchie, tranquille carrozze a cavalli. È un passato prossimo a riaffacciarsi per un attimo, prima di scomparire. Una liquidazione. Sono passati pochi anni, eppure, nel libro, la Milano della Scapigliatura viene denominata non dell’ieri, ma "dell’altroieri". Pochi mesi prima, Marinetti aveva annunciato la nascita del Futurismo. E le ombre dolenti degli scapigliati erano state spazzate via dal vento impetuoso della modernità.

v.fisogni

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