Venerdì 10 Luglio 2009

L'étoile della Scala a Villa Olmo:
"Per i Pink Floyd divento atleta"

Esile, timida e bellissima, Emanuela Montanari è fra le interpreti del Pink Floyd Ballet di Roland Petit, che il Teatro alla Scala porterà in tournée a Como oggi, 11 luglio, alle 21.30, nel parco di Villa Olmo per il festival Como Città della musica. Entrato per la prima volta nel repertorio scaligero il 29 giugno scorso, il balletto di Petit, creato nel 1972, traduce la dirompente energia della musica dei Pink Floyd in passi a due, movimenti di gruppo e pezzi solistici, il tutto accompagnato da suggestivi giochi di luce ed effetti laser.
Per Emanuela Montanari, ballerina "classica" per impostazione, gusto e attitudine, si è trattato quasi di un debutto con uno stile di danza esplosivo e poco convenzionale.
Emanuela, fra i ruoli classici e quelli "contemporanei" quali diversità d’impostazione intercorrono?
Sicuramente, all’inizio delle prove, Pink Floyd non mi sembrava un balletto a me congeniale. Studiandolo, iniziando a ballarlo, complice la bellissima musica, mi ha però comunicato una carica, un’energia, irresistibili. Tutte le prevenzioni dell’inizio sono presto cadute.
Prevenzioni dovute a musica, motivi stilistici o difficoltà  tecniche?
Forse, il contesto mi era estraneo. Io mi definisco una ballerina introspettiva, amo i drammi, le storie romantiche. Temevo di risultare poco credibile in questo genere di coreografie. È stato poi molto più semplice di quanto pensassi. Il passo a due che interpreto (The Great Gig in the Sky), insieme a Mick Zeni,  è sottolineato da una musica davvero spettacolare, entusiasmante.
Quale particolare atletismo occorre per interpretare «Pink Floyd Ballet»?
È un balletto molto fisico, bisogna essere elastici. Ci sono posizioni estreme, al limite della perdita di equilibrio.
Ritiene che, in tal senso, i danzatori maschi  siano avvantaggiati rispetto alle ballerine?
Assolutamente sì. Credo che questo tipo di atletismo avvantaggi i ragazzi. A noi ballerine è richiesto, piuttosto, una sensualità molto accentuata.
Danzare su una base registrata semplifica il compito?
Ci fossero stati davvero i Pink Floyd a suonare saremmo stati felicissimi! Certo, con una base musicale preregistrata è più facile per quanto riguarda i tempi e le entrate, tutto è già prestabilito durante le prove, ma un’esecuzione dal vivo ti dà una marcia in più, ti galvanizza, crea un’emozione diversa.
Qual è  ruolo più sognato, più amato?
Il mio ruolo preferito l’ho già danzato: Tatiana dell’Eugenio Onegin. Spero di tornare a interpretarlo. Vorrei approfondirlo, cercare nuove sfumature. Il nostro lavoro consiste proprio in questo, in  una ricerca continua della perfezione.
Giancarlo Arnaboldi

c.colmegna

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