Sabato 01 Agosto 2009

Le streghe di Lezzeno
agli arresti domiciliari

di Basilio Luoni

Alla fine del Rinascimento, e all’inizio della Controriforma, il territorio del Lago di Como - sul confine tra il mondo cattolico e quello protestante - diventa per la Chiesa di Roma strategicamente importante. Lì più che altrove, può annidarsi il serpente dell’eresia. Lì il Diavolo va combattuto con determinazione maggiore. La paura, si sa, genera mostri: le streghe, in questo caso, sacerdotesse del Maligno. Agli occhi degli inquisitori il lago e le sue valli diventano un serbatoio di streghe, un nido di vipere da sterminare senza pietà. I vecchi libri di storia locale parlavano spesso di processi alla streghe di condanne e di roghi, ma estremamente rari erano i documenti prodotti, le trascrizioni degli interrogatori, le sentenze riportate alla luce. Per esempio, si continuava a favoleggiare delle streghe di Lezzeno, ma di queste non si conosceva né un nome né una vicenda. Finalmente nel 1986 P. Portone pubblicò nei "Quaderni milanesi di studi e fonti di storia lombarda" (nel numero 6 per l’esattezza) le sentenze relative a due processi riguardanti due "streghe" lezzenesi che con l’abiura avevano schivato la sorte di altre "consorelle". Si trattava di Gioanina di Bartolo da Mossa e Domenica del Battista battilana. Abitavano vicine, una a Casate e l’altra a Cendraro, le frazioni estreme del paese di Lezzeno divise soltanto dai burroni della valle di Villa. I due processi risalgono agli anni 1579 e 1586. Gli atti sono finiti, chissà come, nella biblioteca del "Trinity College" di Dublino. Dal testo delle sentenze, che delle colpe appurate fornisce un compendio, risulta che il mondo del Demonio e dei suoi confederati è soggetto alla più tremenda delle costrizioni: la ripetizione. Disperse ai quattro venti, nascoste dentro tane anche remotissime tra loro, le streghe sono condannate a recitare sempre il medesimo canovaccio. È un segno della scarsa inventiva del loro padrone? O astute come lucertole esse fanno in modo di abbandonare nelle grinfie dell’avversario sempre lo stesso rassicurante lacerto di coda? Il curricolo delle "pravità" di Gioanina e Domenica comprende: l’iniziazione «al loco e gioco detto il Barlotto del monte di Belasio, nella Val dove si fa legna»; la pratica del sabba nelle notti di giovedì; l’omaggio al Demonio seduto in cattedra; le copule, "dishoneste" col demonio; il ripudio della fede cattolica e dei sacramenti; gli interventi maligni a danno dei compaesani; l’occultamento di tutte queste pratiche al confessore. Le loro fantasie, le loro paure, le loro ossessioni, le loro vere esistenze ne restano escluse. La loro storia non deve avere nulla di personale, deve essere semplicemente un "exemplum". Solo un particolare, un nome riesce a dare un contrassegno personale alla storia di Domenica del battilana: il suo diabolico amante, quella carne d’aria e nebbia da cui è stata posseduta come un tempo da Giove la povera Io, si chiamava Martino, come il misericordioso santo soldato delle Gallie. Ma a Lezzeno San Martino è famigerato: è l’assassino che uccide il sole e precipita il paese nelle tenebre invernali. È intenzionale o involontario questo sberleffo della strega? Non mi sembra possibile stabilirlo. So soltanto che è il seme da cui è nata la "invettiva" in dialetto lezzenese che ho intolato "Senza sudizioo" ("Senza soggezione"), e dove immagino che la donna, condannata a presentarsi alla domenica alla porta della chiesa per chiedere perdono ai devoti e ipocriti compaesani, si rivolga a loro, e poi al Padreterno, rimasticando la sua verità, la sua protesta, la sua diversità, la sua compassione.

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags