Lunedì 03 Agosto 2009

Il racconto d'estate/3
Massacrata senza una ragione

La vittima era una ragazza. Giovane. Bionda. Carina. Al verbale era allegata una fotografia. Aveva 23 anni. Abitava una casa fuori paese. Viveva affittando due camere della casa. Un po’ di orto e il pollaio facevano il resto. Era stata uccisa a colpi di bastone. Le avevano sfondato il cranio: colpi all’occipite, diceva il referto, ripetuti. L’assassino poi si era accanito sul corpo. L’aveva colpita in viso, deturpandola. Non si erano trovati gli occhi. L’assassino era il fratello della ragazza. Era un giovane minorato mentale, di qualche anno più anziano di lei. I due avevano sempre vissuto assieme. Morta la madre dei due, la ragazza non aveva ceduto alle insistenze di chi le aveva consigliato di mettere il fratello in un istituto. Lui l’aiutava facendo i lavori pesanti. Dopo l’omicidio aveva fatto perdere le sue tracce. Probabilmente era fuggito, sconvolto per ciò che aveva fatto. Secondo la guardia cantonale era questione di un giorno o due, poi sarebbe ricomparso. Non poteva essere andato troppo lontano. Non valeva la pena perdere tempo per cercarlo. I due non avevano parenti.

L’omicidio era avvenuto nella casa dei due. Il corpo della ragazza era stato rinvenuto nella cucina. Aveva accanto l’arma del delitto, un bastone. La casa sorgeva in prossimità delle pendici del Salter, lungo il sentiero che poi saliva verso la vetta della montagna. Sentiero di media difficoltà con una ferrata finale sconsigliata a chi non era esperto. Sul retro della casa c’era una piccola aia recintata col pollaio. Davanti alla casa un orto. Un cancello di legno dava accesso alla proprietà. Si giungeva alla porta di casa percorrendo un vialetto in terra battuta. La casa era disposta su due piani. Una cucina e un salottino al primo. Sopra tre camere da letto. Due erano quelle che venivano affittate. Fratello e sorella dormivano nella stessa stanza.

Il padrone della pensione mi avvisò che di sotto mi stava aspettando il sindaco. Dissi che prima dovevo telefonare. Chiesi la linea per la città. Dovevo parlare col maiale, informarlo che l’assassino era ancora latitante. La sua risposta fu laconica.
«Trovalo», disse.
Col sindaco di Spatz c’era la guardia cantonale. Il sindaco si profuse in mille ringraziamenti. Mi strinse la mano. Aveva le unghie sporche. Disse che avrebbe scritto personalmente una lettera al maiale per ringraziarlo dell’attenzione. Disse che avevano voluto scomodarmi per niente, un caso che si era risolto da sé.
«L’assassino è ancora in libertà», dissi.
«Non per molto», disse lui.
Mi invitò a sedere. Era un uomo dalla struttura pesante. Continuava a parlare. Diceva che andare a Spatz in quella stagione non era proprio un divertimento. Meglio la primavera, l’estate. Ordinò da bere. Disse che dirigeva anche l’azienda turistica, istituita di recente. Tutte le pensioni erano affiliate. Dieci in totale. Così anche l’inverno sarebbe stato un’altra cosa. Con l’azienda Spatz si sarebbe lanciata nel turismo invernale. Il padrone portò una bottiglia di liquore d’erbe. Il sindaco ne bevve due bicchierini di fila, tutti d’un fiato. Mi spiegò che la ragazza uccisa e suo fratello erano sempre stati un po’ strani. Gli chiesi cosa intendesse per strani. Disse solitari. Poi tornò a parlare dell’azienda turistica. Disse che il nome di Spatz adesso non avrebbe ricordato solo la clinica. Chiesi quale clinica.
«La clinica del professore», rispose.
Dissi che non sapevo dell’esistenza di una clinica da quelle parti. Il sindaco sorrise, si servì un terzo bicchierino. Disse che era meglio per me, che era meglio stare alla larga da dottori e cliniche.(3a puntata, continua)

Andrea Vitali

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags