Lunedì 03 Agosto 2009

Joe Ely: <Ho le stesse passioni
del mio amico Springsteen>

Tranquillo e felice. Nostalgico e riflessivo. Il concerto nella cava di Pusiano è appena finito. E l’uomo in nero che se ne sta fermo a sorridere, con la chitarra ancora calda nella custodia, è Joe Ely. Anni cinquantadue. Eterno ragazzo del rock. Il bambino che, ad appena sei anni, andò a un concerto di Jerry Lee Lewis e si ritrovò in mezzo ad una tempesta di sabbia. Poeta di frontiera e firma di un capolavoro come "Letter to Laredo", il suo album più apprezzato. Il texano di Lubbock dagli occhi pensosi che ha suonato con Bruce Springsteen, i Clash e i Rolling Stones. O, come preferisce definirsi lui: «Just a lucky guy». Un ragazzo fortunato.
Joe, in tanti chiedono quando uscirà il nuovo disco. Che cosa possiamo dire, in proposito, ai tuoi fan?
Abbiamo appena finito di registrare qualche pezzo con la band, i Flatlanders. Presto torneremo in Texas. Ci dovremo rimettere sotto e finire il lavoro: fra una settimana, saremo ancora in studio per preparare altro materiale nuovo. L’idea è di avere in mano diciotto canzoni, di quelle che funzionano. Ci vuole calma: quando sarà pronto, al punto giusto, lo faremo uscire.
Molti ti conoscono anche per le tue collaborazioni con Bruce Springsteen. Che cosa avete in comune, tu e il Boss?
Lui è cresciuto a New York City, in una grande città. Io, nelle città di provincia del Texas. Ma tutti e due andiamo pazzi per Chuck Berry, Carl Perkins e, più in genere, per tutto il rockabilly. Nella mia vita mi sento molto fortunato: anche se ho vissuto in paesoni di periferia, posso comunque dire che sono cresciuto con le stesse passioni di Bruce Springsteen...
A proposito di amici: Joe Strummer, il leader dei Clash. Tra di voi c’era un feeling particolare.
Già. Purtroppo, da qualche anno, Joe non c’è più. Mi ricordo la prima volta che incontrai i ragazzi, era il 1978. I Clash, e ovviamente c’era anche Joe Strummer, vennero a un mio concerto. Ci siamo presentati e siamo andati in un angolo a parlare di musica per tutta la sera. Ma anche di vecchie canzoni western, della leggenda di El Dorado e del colonialismo spagnolo. Sembrava quasi che fossimo cresciuti con gli stessi interessi.
Anche se musicalmente siete ben diversi, le vostre vite e le vostre carriere si sono incrociate più di una volta. Qual è il momento che ricordi con più emozione?
Quando i Clash erano negli States per il tour di <London Calling>. Mi chiamarono per suonare con loro, in Texas. E mi chiesero di cantare nel coro di <Should I Stay or Should I Go>. In spagnolo. Comunque, al di là delle differenze, il nostro modo di scrivere musica è molto simile. Rispetto molto i Clash.
Non è la prima volta che passi in Italia. In questo tour, come ti sei trovato?
Venire qui è favoloso, l’ideale sarebbe poter girare l’Italia il più possibile, almeno un paio di volte all’anno. La gente qui va pazza per la buona musica e per il cibo. Ci si diverte davvero. Ritrovo un clima per certi versi simile al Texas.
Beh, in fondo la cava di Pusiano sembra quasi un canyon...
Scherzi a parte, devo dire che tutta questa zona mi ricorda la parte ovest del Texas. Le terre di confine, dove ci sono le mescolanze di culture, sono le più affascinanti. Come dalle mie parti. Visitarle, è un’esperienza che ti arricchisce sempre. E questo è davvero fondamentale. Anche per scrivere nuova musica.

Christian Galimberti

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags