Mercoledì 05 Agosto 2009

Il racconto d'estate/5
Un grido nella notte da incubo

La finestra della mia camera incorniciava le tre cime del Danzas appena sporche di neve. La luna era nascosta dietro la vetta centrale. Rimirai quello spettacolo inerte rimpiangendo la mia casa, il televisore, i telefilm polizieschi che mi facevano compagnia di notte. Non c’era alcun rumore se non, lontano, il latrare di un cane. Fu a quel verso che presi sonno. Mi addormentai vestito con accanto un libro che avrebbe dovuto tenermi compagnia e di cui non avevo ancora letto una riga. Mi svegliai poco dopo. Avevo freddo. La luna era uscita da dietro il massiccio centrale del Danzas. Splendeva tra i denti scuri delle due cime. Udii ancora il lamento del cane. Dovevo svestirmi, filare sotto le lenzuola. Feci per alzarmi. Il latrato del cane era diverso. Più forte. Sembrava più vicino. Ascoltai senza muovermi. Ebbi la sensazione che provenisse da sotto il mio letto. La luna proiettava nella stanza una luce  appena sufficiente. Il lamento del cane era una sorta di mugolio. Mi venne la fantasia che qualcuno lo stesse strozzando lentamente. Rabbrividii. Più lo ascoltavo più si rinforzava l’idea che quel lamento venisse dalla pensione, da qualche stanza. Accesi la luce. Mi feci coraggio. Sorridendo di me guardai sotto il letto. Aprii l’armadio. I cassetti. Forse c’era in giro per la stanza qualche animaletto sconosciuto a me, impenitente cittadino che odiava la montagna. Non trovai niente. Mi fermai al centro della stanza ad ascoltare. La fonte del mugolio era vicina. Ispezionando le pareti della mia camera capii. Veniva dalla camera vicina, quella occupata da Ermini.

Non accesi la luce in corridoio. Appoggiai l’orecchio alla porta della camera di Ermini. Il lamento veniva da lì. Bussai. Non ebbi risposta. Tentai la maniglia. La porta era chiusa a chiave. Il lamento continuava. Sembrava che Ermini gemesse, come se stesse male. Non persi tempo a cercare il padrone. Con una spallata sfondai la porta. Al rumore Ermini mandò un urlo. Si mise a sedere sul letto. Aveva un’espressione sconvolta, sembrava ubriaco. Mi guardò per qualche secondo, sembrava non riconoscermi. La luce della luna gli illuminava il viso. Lo guardai senza parlare.
« Cos’è successo?», chiese.
Glielo spiegai.
« Si sente bene?», chiesi.
Batteva i denti per il freddo.
«Ho sognato», disse.
Sorrisi.
«Chissà che meraviglia!», commentai.
«Un incubo», disse.
«Immagino».
«E’ la seconda volta», disse.
«Sempre quello?»
Non rispose.
«Lei mi ha detto di essere qui per l’omicidio», disse.
Lo confermai.
«Ma cosa c’entra?», chiesi.
«Mi prenderà per matto se le racconto una cosa », disse.
«Sarebbe?»
«Il sogno ».
Avevo freddo. Dentro di me lo mandai all’inferno. Volevo tornare a letto, dormire. Non ero capace di consolare gli afflitti.
«Mi dica», dissi.
Ermini assunse un’espressione seria.
«Non mi prenda per matto però», disse.
Già fatto, pensai.
«L’ascolto», dissi. (5a puntata, continua)

Andrea Vitali

b.faverio

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