Sabato 22 Agosto 2009

Il racconto di Vitali/21
Natale senza emozioni, tranne la neve

A ricordo del Natale ormai prossimo nell’atrio della divisione comparve un alberello di plastica. Stinto, striminzito. Lo vidi entrando e mi fece pena. Gli alberi veri non erano così. Negli uffici c’era aria di festa. Si preparava l’esodo. Chi poteva andava sulla neve o al sole di qualche spiaggia lontana. Gli ultimi arrivati garantivano il servizio. Io ero tra quelli. La cosa non mi dava alcun pensiero. Non avevo nessun programma per Natale, mai fatti. Mi era indifferente l’allegria dei colleghi. Anche quella dei bambini. E le luci, gli addobbi, le vetrine, i regali. Non ne avrei ricevuti o fatti. Salivo con lentezza le scale verso il mio ufficio. L’ascensore era come al solito occupato. Ero al secondo piano quando udii quella frase gridata con disappunto.
«Qualcuno sa dov’è un cazzo di posto che si chiama Spatz»?
Gridai anch’io la risposta.
«Io»!
Il secondo piano era occupato da colleghi della narcotraffici.
«Io chi»?, gridò ancora la voce.
Mi affacciai alla porta che dava sugli uffici.
«Io », ripetei.
«E dove cazzo è»?
La voce proveniva dal terzo dei cinque uffici che occupavano il piano. Mi feci sulla soglia. Sorrisi. Uno sventolava un foglio.
«Spatz», dissi, «il paradiso della neve».
Quello mi ritornò un sorriso poco convinto.
«L’hai detto», disse.
«Il sindaco sarà contento», dissi.
«Ma cos’hai capito!».
Gli dissi che conoscevo il posto, ci avevo condotto un’indagine.
«Siediti», disse.
«Che indagine?», chiese.
Glielo spiegai. Ascoltò senza interrompermi.
«Ascolta me adesso», disse poi.

L’incidente era avvenuto durante la notte. Il carro funebre scendeva da Spatz, portava una bara. Su una curva non aveva tenuto, c’era ghiaccio. Aveva invaso la corsia opposta, sfondato il muretto di protezione. Era precipitato nella valle. Duecento metri di volo. Nella caduta la bara era stata scagliata fuori dal carro. Si era fracassata contro un larice. Il cadavere era scivolato fuori dalla, s’era fermato a una decina di metri dalla bara. Durante la notte le volpi avevano fatto del corpo il loro pasto. L’autista del carro era morto sul colpo, incastrato nell’abitacolo della vettura. Aveva sfondato il parabrezza con la testa. Era rimasto imprigionato. Nessuno aveva saputo niente dell’incidente sino al mattino, quando il fratello del morto aveva avvisato la polizia del mancato arrivo. Era un tale che si chiamava Ermini.
«Ermini?», sbottai.
«Lo conosci?»
«No», mentii.
Cominciai in quel momento a dissimulare. E, anche, a pensare a un piano per entrare nella clinica.
La polizia aveva ritrovato il carro. La dinamica dell’incidente venne ricostruita con facilità.
«Sapevi che a Spatz c’era una clinica?», mi chiese quello.
Scrollai le spalle senza rispondere.
Il corpo dell’uomo era stato straziato dagli animali. Recava segni di morsi e unghiate. Cercando di issarlo su una barella per portarlo in strada l’addome dell’uomo si era aperto.
«Sorpresa!», disse l’altro.
«Cioè?».
«Nel cadavere c’era un po’ di neve».
«Neve?»
«Neve di Spatz», disse quello.
Una ventina di chili, in sacchetti. Qualità sopraffina.
«Un sistema di trasporto che ancora non conoscevamo».
Finsi indifferenza. Augurai al collega buona fortuna. Dovevo batterli sul tempo. Un piano si andava delineando nella mia mente. Ermini poteva essermi utile. Dovevo tornare in quella clinica.
(21a puntata, continua)

c.colmegna

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