Domenica 30 Agosto 2009

Salvatore Niffoi a ParoLario
"Viaggiare vuol dire donarsi agli altri"

Date un tema allo scrittore sardo Salvatore Niffoi e lui s’infiamma come un cerino sfregato su una superficie ruvida.
«Per me viaggiare è portare la carrozzeria altrove, ma lasciare le radici di carne nella mia terra. Viaggiare - dice - è un modo di assorbire, trasformare, lavorare, modellare. Quando vado in giro il mio occhio è una telecamera e la testa è una macchina da scrivere. Da barbaricino - continua - sono prudente e diffidente, ma solo verso gli  imbecilli. Per il resto sono a tutto. Viaggiare per me vuol dire darsi agli altri, ed è anche un modo di prendermi: ma non di avermi. Io sono uno che ha visto il mare da grande, ed era convinto che fosse un lago grande».
A Como il lago lo troverà. Che cosa le suggerisce la nostra città?
Andare nei posti con tanta acqua come Como è una cosa che mi entusiasma. La cosa della città che mi ha fatto subito innamorare è il clima. La brumosità e la pioggia mi ispirano. Io amo la pioggia, e la prima volta che sono andato a Como pioveva davvero a catinelle, e ho visto la città come una sorta d’immagine liquida  defluire verso un’immensità acquatica, quella del lago in cui si  rispecchia e del quale si nutre. Nei posti desertici c’è qualcosa di scheletrico che intristisce. Como sotto la pioggia mi comunicava qualcosa.
Lo stesso dicono i suoi lettori leggendo i suoi libri, soprattutto l’ultimo «Il pane di Abele», quasi un identikit della Sardegna.
Abele è il buono, colui che ha offerto il suo pane all’ospite; Abele è la sostanza della Barbagia più autentica, quella che crede nell’amicizia e nei valori della fratellanza e per questo il sangue versato di Abele grida vendetta.
Zosimo non perdona e consuma la sua vendetta in modo terribile.
La vendetta è nata con l’uomo. Quella di Zosimo è  una vendetta tipica all’insegna dei padri, che succede ancora anche se adesso siamo in una civiltà più evoluta. Spero che Caino trovi chi svilupperà per lui il senso della colpa e del rimorso che ormai si è dissolta.
La tessitura romanzesca però non descrive il solito delitto d’onore. Qual è la giusta dimensione del suo racconto?
Attraverso la donna che innesca la miccia implodono due mondi: uno locale e uno globale, culture che si scontrano e, al contrario di quello che sembra, il vero perdente e soccombente non è Zosimo, ma Nemesio perché per noi sardi la vergogna è peggio della morte.
Francesco Mannoni

c.colmegna

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