Domenica 11 Ottobre 2009

Da Cantù a New York,
il sogno americano è realtà

Al telefono la voce di Gerald Marzorati suona profondamente americana. L’accento è quello della costa est, di New York e del New Jersey, i luoghi dove è nato e cresciuto. E dove ha fatto carriera. «Tutti mi chiamano Gerry, Gerald è troppo lungo». Mister Marzorati parla dal suo studio di Manhattan, da uno dei piani alti del grattacielo sede del New York Times, il più autorevole quotidiano del mondo. Dal 2003 è il direttore del New York Times Magazine, considerato da molti il miglior supplemento settimanale americano. Per farsi un’idea di quanto il New York Times - e il relativo supplemento - facciano notizia negli Usa, basti dire che la diffusione media è di 1 milione 665 mila copie. I suoi giornalisti sono grandi firme e, solo nel 2009, il giornale ha ottenuto cinque premi Pulitzer (complessivamente 101 dal 1917 ad oggi). L’editorialista Paul Krugman, invece, è stato insignito nel 2008 del Premio Nobel per l’economia.
Direttore Marzorati, quali sono i suoi legami con l’Italia?
Negli anni ’70 ho messo per la prima volta piede in Italia. I miei nonni erano emigrati nel 1912, credo, ma io non c’ero mai stato. Per noi americani figli o nipoti di immigranti tornare sulle tracce delle proprie radici è una specie di rituale.
Da dove venivano i suoi familiari?
Da Cantù, ma parte della nostra famiglia viveva a Como. Mio nonno credo si potesse definire un "comunista", ma in Italia non aveva avuto molta fortuna. Così decise di andare alla scoperta dell’America. Non credo che se ne siano andati perché erano stanchi dell’Italia, ma perché il loro Paese non aveva più niente da offrirgli, economicamente parlando.
Cosa le hanno raccontato dei loro primi anni negli Stati Uniti?
Le storie di quel primo periodo della nostra vita americana sono a metà tra la realtà e la fantasia - racconta Marzorati -. Il nonno non aveva abbandonato la sua vena utopistica e, durante i primi anni a Hoboken, in New Jersey, cercò di fondare una specie di cooperativa. Aveva costruito un piccolo setificio nel garage di casa e aveva cercato di avviare l’attività. Direi che non ha avuto molta fortuna, alla fine si mise a vendere vendura su uno di quei camioncini che stanno a lato della strada.
Integrarsi fu difficile?
Io non ero ancora nato, ma non dev’essere stato facile. Ricordo che quando ero bambino i vicini ci guardavano come se fossimo pazzi. In New Jersey la comunità italiana era una delle più numerose degli Stati Uniti, ma quasi tutti venivano dal sud Italia. I lombardi emigrati in cerca di fortuna erano pochi ed erano considerati strani perché mangiavano meno pasta e avevano un dialetto completamente diverso da quello degli altri.
Veniamo a lei. Cosa ricorda del suo primo viaggio in Italia?
Arrivai a Como, volevo vedere dove erano nati e cresciuti i miei nonni. Mi ospitarono alcuni parenti di Cantù, mi sembra. Erano benestanti, avevano anche dei possedimenti in Libia, e ricordo che la cosa mi aveva molto impressionato. Di Como conservo un’immagine bellissima: il lago, le montagne. Mi chiedevo perché mai qualcuno avrebbe dovuto volersene andare da un posto del genere. Infatti, alla fine, mio padre ci è tornato ed è morto lì. Quando posso vado a trovarlo al cimitero.
Parliamo di lavoro. Sulla sua rivista compaiono i personaggi più influenti della scena politica, sociale e artistica del mondo. Cosa, secondo lei, rende grande il New York Times Magazine?
Il reportage. Le grandi storie che raccontiamo ogni settimana. Siamo uno dei pochi supplementi ad avere ancora inviati e corrispondenti nei posti dove accade qualcosa di giornalisticamente rilevante. Questa è la parte del mio mestiere che amo di più e che la gente sembra continuare ad apprezzare. Il reportage non morirà mai.
Lei è molto attivo anche sul web. Scrive su blog e siti molto seguiti dal pubblico americano. Penso a Gawker, a Slate.
Il web è divertente ed è straordinariamente comunicativo, veloce ed immediato. Mi piace perché posso parlare di qualunque cosa, di argomenti un po’ da nerd che mi appassionano: tecnologia, musica. Però, se proprio devo essere sincero, non c’è niente di più bello che sedersi in veranda la mattina con un bel magazine tra le mani e una tazza di caffè nero. A volte mi sento così old fashioned!
Dall’America, che lettura dà delle vicende politiche italiane? In particolare, come vede il "caso" sollevato da escort e party a Palazzo Grazioli, ospiti del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi?
Penso - conclude il direttore del New York Times Magazine - che la politica italiana dovrebbe occuparsi di più della recessione economica e della disoccupazione piuttosto che degli affari privati del primo ministro.

Maria Caspani

b.faverio

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