Fonderia, madre-matrigna
Dongo ripensa la sua storia

È stato presentato il 17 ottobre a Dongo il libro «Il pane e il ferro. Società e assistenza a Dongo 1899-1922» di Enrico Della Fonte (Nodo). È l’occasione per riconsiderare il ruolo giocato, nel territorio, dalla "ferriera", magistralmente raccontato in «Radici di ferro. Dongo, la ferriera, il territorio» (Silvana), il volume con dvd seguìto alle celebrazioni per il centenario dell’azienda, nel 2006. Qui pubblichiamo la recensione del primo e del secondo libro.

di Laura d'Incalci

Uno spaccato di vita dove lo scorrere dell’umile quotidianità della gente emerge attraversando le dimensioni istituzionali, economiche e politiche che ne stabiliscono coordinate fondamentali e ne solidificano i contorni. È questo il risultato, connotato dalla vibrazione di un’umanità che affiora oltre ogni cristallizzazione da archivio, della ricerca storica affrontata da Enrico Della Fonte tutta centrata su Dongo, paese sulla sponda nordoccidentale del Lario, delimitata in un arco di tempo, poco più di vent’anni, a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Un microcosmo, ritratto in un periodo breve ma particolarmente denso di eventi, svolte e trasformazioni, sembra posto sotto una lente di ingrandimento per mostrare fenomeni ben più estesi, per spiegare una lezione di storia da inquadrare nel contesto dell’Italia unificata solo da pochi decenni. E proprio in questo respiro, che porta il lettore di "Il pane e il ferro. Società e assistenza a Dongo 1899-1922" (Nodolibri editore) oltre i confini lariani e anche lombardi, si rintraccia fin nelle premesse l’impronta dello storico Giorgio Rumi che aleggia come un’ombra paterna sull’intera impresa, originalmente concepita come tesi di laurea, l’ultima seguita dall’insigne professore dell’Università statale di Milano scomparso nel 2006. Secondo Rumi infatti la storia della Lombardia e la storia nazionale non potevano essere in alcun modo separate - come suggerisce Edoardo Bressan nell’introduzione del libro - nel momento in cui la società lombarda, con il suo territorio segnato da oltre duemila municipi, sarà chiamata ad attivare una molteplicità di rapporti fra centro e periferia sacrificando la dimensione regionale a vantaggio dell’accentramento amministrativo. «L’autore ci parla di Dongo e dei problemi legati a una non facile esistenza quotidiana, fra l’unificazione italiana e la durissima prova della "grande guerra" - si nota nella stessa introduzione - ma lo fa cogliendo la complessità degli equilibri economici e sociali investiti dalla sfida della modernizzazione...». Una fase storica che in quel particolare territorio dell’Alto Lario verificherà il significativo sviluppo di un’attività industriale nel comparto siderurgico che si consoliderà con l’avvento dei Falck e che, pur sostenendo un progressivo rilancio occupazionale ed economico - tanto che a Dongo il fenomeno dell’emigrazione resterà quasi sconosciuto -, non stravolgerà comunque il tratto tradizionalmente rurale del contesto. Altro argomento rilevante nell’indagine storica di Della Fonte riguarda le istituzioni assistenziali, per certi versi indotte a superare il paternalismo che caratterizzava la carità privata di matrice laica o religiosa, ma anche estremamente restie di fronte alla progressiva ingerenza dello Stato codificata attraverso il ruolo delle «Congregazioni di Carità», nuovo anello di congiunzione fra popolo e istituzioni. Occasione per rilevare luci e ombre che solo ad un primo impatto il lettore è indotto a riferire ad un breve periodo e ad un piccolo contesto, dato che il dibattito sulle politiche sociali riecheggia ancora oggi analoghe e irrisolte contraddizioni.

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di Barbara Faverio

La sveglia la dava la sirena della fabbrica, alle 5.30 di ogni mattina. E al pari era la Falck a ritmare la vita del paesino: gli orari dei negozi e della scuola erano modulati su quelli dello stabilimento, il mercato si teneva il giorno di paga. I figli spesso entravano in acciaieria quando il padre si ritirava per lasciare loro il posto di lavoro, e le giornate - durissime - delle operaie erano scandite dai turni in fabbrica: il lavoro in acciaieria dalle 6 alle 14 o dalle 14 alle 22 - nel primo caso la discesa a valle alle prime luce dell’alba, nel secondo il ritorno sui monti a mezzanotte - il ritorno con il gerlo della spesa sulla schiena, e a casa il lavoro nei campi o con le bestie.
Cent’anni di rapporto osmotico raccontati in "Radici di ferro - Dongo, la ferriera, il territorio" (Silvana Editoriale) a cura di Paolo Massimiliano Gagliardi e Paolo Mazzo, un volume realizzato per i cent’anni dalla fondazione delle Acciaierie e ferriere lombarde, avvenuta il 26 agosto 1906: «l’occasione - scrive Gagliardi - per un’indagine, per una riscoperta, per un’inedita e approfondita comprensione di cent’anni di vicende storiche, sociali e culturali» che hanno messo in relazione gli abitanti di Dongo, la ferriera e il territorio. Un libro importante, frutto di una pluralità di sguardi: la ricerca storico archivistica e quella psicosociale, e due percorsi narrativi le fotografie e la memorialistica, che dà la linfa vitale al bellissimo dvd, realizzato dallo stesso Gagliardi, che accompagna il libro. Si intitola "El risciün", che è il termine con cui si indica il rumore della risacca del lago e insieme il sottofondo di voci delle donne che lavano i panni sulla riva. Libro e film ripercorrono la storia della Falck di Dongo, che affonda le sue "radici di ferro" in quella terra ricca di metalli, che nei secoli ha dato vita a una siderurgia dapprima primitiva poi sempre più evoluta, fino alla costruzione degli altiforni, alla fine del Settecento. La prima grande industria, siamo nel 1833, è quella di Gaetano Rubini, che chiama un ingegnere alsaziano, George Henry Falck, il cui figlio, Enrico, sposerà Irene Rubini, figlia del padrone. Lei, benché presto e vedova e diseredata, saprà far cresce le attività del marito e i tre figli, uno dei quali, Giorgio Enrico, sarà il fondatore delle «Acciaierie e ferriere lombarde», di cui Dongo sarà un ganglio vitale. Da lì, per lo stabilimento in Alto Lago, è una crescita esponenziale, anche grazie all’introduzione, negli anni Venti, della produzione di raccordi in ghisa malleabile. È il momento in cui l’edilizia fa un salto di qualità, nelle case arriva il gas e l’acqua e la richiesta del prodotto cresce. I duecento operai iniziali diventano presto 400, poi mille, milleduecento. Nel 1971, nel momento di massima occupazione, la Falck dà lavoro a 2200 dipendenti, in un paese che conta 3500 anime, compresi i vecchi e i bambini. Poco dopo, alla metà degli anni Settanta, è l’inizio della crisi: la concorrenza di Corea e Taiwan rende insostenibile il costo del lavoro, la crisi della siderurgia e la contestuale nascita dell’industria pesante pubblica affossano il colosso industriale lombardo. Nel 1989 la cessione al Gruppo Castiglioni, che tenta un rilancio nel settore dell’alluminio: ma ormai i fasti della grande Falck sono alle spalle.
Per Dongo è un po’ come restare orfana: «mamma Falck», la chiamavano, perché non solo aveva dato lavoro a tutti, strappando la gente a una miseria atavica, ma aveva portato l’asilo Montessori, la scuola per gli operai dentro alla fabbrica, le case regalate ai pensionati e il terreno per costruire per gli altri, i soggiorni climatici per gli ammalati, la società remiera che coltivò fra le file degli operai ben 12 campioni olimpionici. Tutti - uomini e donne - lavoravano in acciaieria, ma quando si usciva dalla fabbrica c’era il lavoro nei campi e - più spesso - sui monti, con la bricolla sulle spalle. Due notti a far contrabbando fra Bellinzona e Cremia valevano un mese di stipendio in Falck: ma si rischiava la vita, e il lavoro in fabbrica soprattutto dava la garanzia della pensione. Madre e matrigna, la Falck. Perché il rapporto esclusivo e un po’ paternalistico tra il paese e la fabbrica bloccò lo sviluppo di ogni altra attività. Perché l’isolamento del territorio e la mancata maturazione di una vera coscienza operaia facevano sì che le paghe fossero più basse, per esempio, che a Sesto San Giovanni, un altro stabilimento Falck. E perché il lavoro era duro, durissimo. In fonderia, il cuore della fabbrica e il suo reparto più faticoso, venivano presi solo gli abitanti della montagna, avvezzi ai lavori più pesanti. «Alla sera, quando uscivamo, non ci riconoscevamo nemmeno più - racconta un operaio nel film - Tutti uguali, tutti neri, con il solo bianco degli occhi e dei denti», per chi ancora aveva la forza di sorridere.

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