Lunedì 02 Novembre 2009

Olmi: "I Promessi Sposi?
Da giovane una condanna"

Ermanno Olmi ha ricevuto il 31 ottobre a Lecco il premio alla carriera della quinta edizione del Premio letterario internazionale Alessandro Manzoni.
Dopo Umberto Eco, che ha ricevuto il Premio Manzoni lo scorso anno, ecco un altro pezzo da novanta arrivare a Lecco sulla scia dell’autore dei "Promessi Sposi". La scelta di Ermanno Olmi è particolarmente significativa. Cosa c’è in effetti di più manzoniano di un film come "L’albero degli zoccoli" Ma fermarci a questo titolo sarebbe riduttivo perché nella lunga carriera di Ermanno Olmi c’è una profonda continuità, che vuole gli uomini, e tra questi spesso i più umili, al centro della sua attenzione di artista.
Olmi, che effetto le ha fatto avere un premio alla carriera che porta il nome di Alessandro Manzoni?
La riflessione che ho fatto è che queste cose accadono alla fine di una parabola esistenziale iniziata per me quando ero un giovincello di ventun anni. Sento di essere in quella fase della vita in cui più che il gusto della scoperta, c’è il gusto della riscoperta. Ovvero sappiamo rivivere dei momenti ricordati dalla nostra memoria con l’emozione di chi li riscopre con una nuova eco. Diciamo che dovrei essere in quel momento della vita che è chiamato della maturità artistica. Ecco il premio Manzoni lo ricevo come conferma di questa mia matura esistenza umana e professionale.
Che rapporto ha avuto con Alessandro Manzoni e con la sua opera?
Il primo incontro è stato quello scolastico e troppo spesso se non c’è un mediatore, ovvero un bravo professore, le pagine del Manzoni sono viste come una condanna. Del resto la scrittura del Manzoni è talmente alta che per un ragazzo molto giovane rischia di diventare una materia ostica da digerire. Così va a finire che si impara qualche brano a memoria e tutto finisce lì. Poi, nell’età adulta, nell’età delle risonanze, ritorna il ricordo di qualche frase e si comprende la loro altezza. Prendiamo l’"Addio monti", quel luogo lì, quella partenza dal paese natio ha una tale profondità emotiva, che le parole manzoniane fanno breccia nel cuore e nella mente di chiunque; si rimane folgorati. Personalmente ho riletto "I Promessi Sposi" nel 1974 e mi sono reso conto di quanto valga.
Possiamo definirlo un romanzo ancora attuale?
Che lo sia è fuor di dubbio, ma viviamo in una società così frenetica che non abbiamo più tempo per niente, figuriamoci per concederci il lusso di leggere un romanzo come "I Promessi Sposi". Dirò una bestemmia, ma credo che non sarebbe sbagliato proporre dei brani scelti dei "Promessi Sposi" per il lettore frettoloso. Può essere l’occasione per avere un incontro forte con il romanzo e poi leggerselo tutto. Perché le pagine del Manzoni sono potenti. Si prenda il capitolo X, quello della monaca di Monza, è una storia di rara efficacia, narrata con grande arte.
Quando si parla del Manzoni non si può non richiamarsi alla sua fede. Lei, quasi a dedica del suo film "Centochiodi", ha scritto che "le religioni non hanno mai salvato il mondo". Cosa voleva dire?
Lo confermo, le religioni non hanno mai salvato il mondo. Oggi poi l’atteggiamento più diffuso nei confronti della religione si rifà ad una modalità da idolatri; si aderisce ad una religione come se si andasse a giocare al lotto. La religione dovrebbe essere invece un modo per pregare. Ed intendo la preghiera come un atto di contemplazione del creato nei suoi termini di immanenza ma anche di trascendenza. Il "Cantico delle creature" di San Francesco che cos’è se non un atto di riconoscimento della bellezza del creato?
A proposito di bellezza del creato, lei ha recentemente girato il documentario «Terra madre», che è una un’inchiesta sulla sostenibilità dell’agricoltura. Come mai il mondo contadino è per lei così importante?
Innanzitutto lì ci sono le mie radici e poi il mondo contadino è un universo in cui è rimasto ancora un giusto rapporto tra la terra e chi la lavora. Non è irreale affermare che la terra stima l’uomo che la lavora bene ed i contadini sono questi uomini. Tutta la giornata del contadino è fatta di sacrifici e di fatiche, ma anche di momenti di contemplazione. Per esempio i canti che nascevano spontanei tra i contadini che mangiavano insieme, che si ritrovavano dopo una dura giornata, erano momenti di unità e di incontro. Oggi chi canta più? Le masse urlanti che si ritrovano ai concerti non cantano, sembrano unite invece da una sorta di disperazione collettiva.
Lei, recentemente, parlando del giusto rapporto tra uomo e terra, ha anche parlato della attuale mancanza di cultura della democrazia. Può parlarcene?
Oggi manca un elemento fondamentale per esercitare la democrazia, ovvero lo spirito di solidarietà. Nel mondo contadino ogni famiglia aiutava l’altra, quando c’era la mietitura, per esempio, ci si dava una mano, così si capiva la solidarietà perché la si esercitava. Oggi non abbiamo più la cultura per capire il valore della democrazia. Purtroppo oggi la democrazia è solo un atto di delega.
Lei è stato un anticipatore del ritorno alla natura, visto che da anni abita ad Asiago. Perché questa scelta?
Probabilmente è stata una necessità non solo fisica ma anche di sentimento. È del resto importante cercare di vivere là dove ci si sente in armonia con il contesto che ti circonda.
Che rapporto aveva col suo vicino di casa, lo scrittore Mario Rigoni Stern?
È stato un rapporto fraterno fatto di parole e di grandi silenzi. All’inizio servono le parole, ma poi quando subentra la stima non è più necessario parlare troppo, a volte basta uno sguardo per intendersi. Tra noi il silenzio era una sorta di complicità e di grande intesa.

Gianfranco Colombo

b.faverio

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