Sabato 11 Aprile 2009

Armelindo e la svergognata
Un racconto di Andrea Vitali

di Andrea Vitali

Urla da far tremare i vetri, da far scappare i gatti negli angoli più remoti della corte. Da far volare via i piccioni dai tetti. Da far aprire le finestre soprattutto, anche se era inverno, per ascoltare meglio, capire da dove venivano quelle grida, non perdere una battuta del litigio e attenderne la fine. La vita in contrada era così. E chi ci abitava da un pezzo, si era abituato a litigare sottovoce per non incuriosire i vicini. Così come, in quei momenti particolari, chiudeva le persiane della camera da letto (un vero e proprio eufemismo), oppure quelle della cucina quando bisognava dividere un uovo in quattro affinché ciascuno mettesse almeno un boccone nello stomaco. Quelli che stavano gridando però erano nuovi. Lo disse la Cherchelina, nata svezzata cresciuta e avvizzita in contrada, al marito Egisto. Nuovi arrivati, più o meno un mese prima, più o meno dalla bassa Brianza. Una triade di disperati, padre, madre e figlia, quest’ultima tra i sedici e i diciotto anni. A guardarla sopra l’ombelico, diciotto. Il padre lavorava al cotonificio. Faceva i turni di notte perché pagavano di più. Di giorno dava la biacca ai muri, tirava carretti, svuotava soffitte pur di guadagnare qualche lira. La moglie stava in casa, dignitosa povertà. «E la figlia»?, chiese l’Egisto come se non gli interessasse. Cisposo filosofo l’Egisto: pure lui aveva la contrada sulle spalle da quando era nato ma la zuccherava con le quotidiane visite al circolo dei lavoratori. La figlia non si capiva bene cosa facesse, spiegò la Cherchelina: per intanto stava in casa anche lei, come la madre. Poi fece segno al marito di stare zitto, mettere a tacere la sua curiosità al manduria. Il litigio aveva preso vigore grazie alla voce del genitore. L’Egisto, che non si mischiava con quelle beghe, allungò solo il collo verso la finestra mentre la Cherchelina spianò le antenne da insetto che aveva nei timpani. Cominciando a capire, sorrise. Doveva essere successo qualcosa che aveva fare col cinema, disse al marito. «Col cinema»?, chiese l’Egisto. Era forse un’attrice la figlia dei nuovi? La Cherchelina sorrise: a parte il fatto che era una bella ragazza e non avrebbe sfigurato come attrice, lei si riferiva al cinema del paese, alla casa del Fascio. Due giorni prima, domenica, la figlia dei nuovi ci era andata: l’aveva vista lei uscire alle due del pomeriggio e rientrare poco dopo le quattro, gli orari coincidevano e adesso ne aveva la conferma. Perché adesso stessero litigando così le sfuggiva ma con un po’ di pazienza confidava di riuscire a capirlo. Sino ad allora aveva gridato il padre, frasi secche, brevi come un abbaio di cane. La madre non aveva fatto altro che piagnucolare. Ma, in un momento di tregua tra i due, si sentì anche la voce della figlia. «Non lo so»! Un grido che rimbalzò nella contrada mentre, stante il buio incipiente, qua e là qualche finestra si illuminava. La Cherchelina non volle accendere la luce. Guai mettere in allarme i vicini che litigavano col rischio che abbassassero la voce. Ma i nuovi non avevano ancora ben presente le regole non scritte della vita in contrada. Continuarono. La figlia, soprattutto, con un tono di voce squillante: un bel caratterino, niente da dire. Gridando, ribadì che non sapeva che fine avessero fatto. Ma cosa?, pensò la Cherchelina, perché non lo specificava? L’Egisto, alle spalle della moglie, cominciò a sbuffare. Era quasi ora di cena tra l’altro, aveva fame. La moglie si portò l’indice al naso. Silenzio! Silenzio assoluto, perché la soluzione del mistero si stava avvicinando, la ragazza aveva detto qualcosa di importante, risolutivo: alla Cherchelina luccicarono gli occhi quando la ragazza spiegò, sempre gridando, che le aveva lavate e stese sul balconcino interno la sera di domenica e quella stessa mattina s’era accorta che non c’erano più. Era stata sua madre a chiederle che fine avessero fatto e lei non aveva saputo rispondere. «Sono sparite»! «O le hai perdute da qualche parte eh ? Svergognata» !, tornò in campo il padre che aveva ripreso fiato. Alla Cherchelina mancava poco per raggiungere la certezza di ciò che già da un po’ intuiva. L’Egisto invece aveva fame. Ma, nel momento in cui stava per ordinare di smetterla con lo spionaggio e pensare alla cena, dalla casa dei nuovi vennero, in serie, nuovi pianti e singhiozzi, lo sbattere di una porta e un’implorazione, di parte materna, affinché l’uomo non facesse ricorso alla cinghia. A quel punto la Cherchelina decise di scendere in campo. Al marito che l’interrogò circa il destino della cena, disse che non sarebbe morto di fame anche se avesse aspettato una mezz’ora: si sentiva chiamata a salvare la dignità della ragazza, messa in dubbio per colpa dell’Almerindo. E così, andando dai nuovi per chiarire il fatto, avrebbe anche approfittato per dare un’occhiata alla loro casa. Non c’erano dubbi, secondo lei, che l’Almerindo ci avesse messo lo zampino. Almerindo Terranostra, che abitava due portoni oltre i loro, lungo quella contrada. Sposato con una donna che da sempre chiamavano Eresia e della quale si diceva che bastasse guardarla per metterla incinta: sette figli in dodici anni di matrimonio erano lì a testimoniare la diceria. Sempre affannato e col perenne incubo di tutte quelle bocche da sfamare, l’Almerindo era un lavoratore tuttofare, una vera benedizione per quelli della contrada poiché era in grado di sturare sifoni, rappezzare muri, riparare mobili, tirare fili elettrici. Si piegava anche a lavori pesanti, nonostante avesse una complessione magra magra. Una magrezza che si estendeva anche alle due mani che aveva, oltre che ossute, lunghe e che talvolta si allungavano sulla roba altrui. Proprio l’Almerindo il giorno prima lunedì, era salito in casa dei nuovi: la Cherchelina l’aveva ben visto con in mano una scopa da spazzacamino e al braccio, come se fossero braccialetti, delle ghiere, segno evidente che la stufa dei vicini aveva qualche problema. «Uno più uno fa due», disse la Cherchelina al marito poco prima di uscire e ripeté la sentenza quando, dopo aver bussato insistentemente, la nuova, già in tenuta da notte e col viso ancora congesto, le andò ad aprire. Sospirò, la Cherchelina, poiché aveva temuto di trovarsi di fronte l’uomo: tra donne invece ci si intendeva meglio. «Non voglio impicciarmi degli affari vostri», disse. Però non aveva potuto fare a meno di sentire gli echi del litigio. E, poiché non aveva nemmeno potuto fare a meno di notare l’Almerindo che saliva in casa loro il giorno prima, ci teneva ad avvisare che l’oggetto del litigio… La Cherchelina attese un momento, sperando che la nuova vicina ne specificasse la natura confermando la sua ipotesi. Quella, invece, non aprì nemmeno la bocca. … l’oggetto del litigio, proseguì allora la Cherchelina, poteva essere stato prelevato dalle lunghe mani dell’Almerindo, tenuto conto che lo stesso Almerindo aveva una figlia d’età pari alla loro. La Cherchelina si zittì, immaginava che adesso la nuova avrebbe detto qualcosa. Invece quella pareva aver perduto la lingua. «O be’»!, fece la Cherchelina. Lei aveva fatto il suo dovere, s’era sentita in obbligo di intervenire a difesa di una ragazza ingiustamente accusata di chissà quali turpitudini. In ogni caso, concluse, che i due, prima di giudicare, aspettassero la primavera: quando l’Eresia, anziché stendere il bucato dentro casa lo metteva ad asciugare nella corte interna del caseggiato. Allora, se era andata come sospettava, un giorno o l’altro avrebbero visto comparire su un filo quell’oggetto. Se mai fosse loro sfuggito, potevano contare sulla sua collaborazione. «Mi basterebbe sapere di che colore sono», chiese la Cherchelina prima di congedarsi. «Rosa», rispose finalmente la vicina. Coi pizzi, i bottoncini laterali, gli spacchetti: una schiccheria che, più del sole, delle campane e delle rondini, sottolineava che un altro inverno di contrada era passato ed era primavera.

v.fisogni

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