Domenica 19 Aprile 2009

Como e il ritratto "spietato"
del principe degli inviati

Tra il 1963 e il 1965 il Corriere della Sera promosse una vasta inchiesta sulle condizioni dell’Italia a vent’anni dalla fine della guerra, con l’intento di "sviscerare" regione per regione, città per città, i problemi più pressanti soprattutto sotto l’aspetto economico-sociale. L’arduo compito fu affidato ad un team di cinque grandi inviati speciali, fra i quali Indro Montanelli, che proprio quest’anno, il 22 aprile, avrebbe compiuto cento anni. Il 7 gennaio 1965, a conclusione della sua inchiesta sulla Lombardia, comparve sulle pagine del quotidiano milanese un lungo articolo dedicato alla nostra città, dal titolo: «Como: chiesa, lavoro e famiglia», che non passò inosservato sulle tranquille sponde lariane, raccogliendo, anzi, diverse critiche. Montanelli aveva in sintesi definita Como una città «laboriosa, taccagna, diffidente, timorata e prolifica», che vive essenzialmente d’industria. Il giornalista aveva speso buona parte del pezzo intessendo una sorta di panegirico attorno al personaggio per lui più rappresentativo della città, cioè il noto industriale serico Giuseppe Scacchi, presidente della Camera di Commercio, persona di grande fede, addirittura nominato da Paolo VI Barone di Santa Madre Chiesa e fiero della sua numerosa prole. Aveva ripercorso i momenti salienti della sua vita, gli anni della gavetta, il sudato diploma al Setificio fino alla fondazione della sua tessitura, sottolineando l’intraprendenza e l’esperienza del self-made man: «In Scacchi, nella sua mentalità e nella sua vicenda - afferma - Como ha il suo distillato. I suoi 85.000 abitanti sono tutti in potenza degli Scacchi che aspettano l’occasione per diventarlo. Questa provincia povera di risorse ha un reddito pro-capite di 480 mila lire all’anno, e fa compagnia a Cuneo e Vercelli nel primato del risparmio medio individuale. La regola del comasco è: guadagnare un po’ più e spendere un po’ meno del necessario per avere di che sempre tentare la sorte con l’acquisto di un telaio. Come Scacchi i comaschi sono devoti: ma forse più alla Curia per desiderio d’ordine, che a Dio per anelito spirituale».

Montanelli giunge alla considerazione che tutta la provincia, «prevalentemente tessile a Como, siderurgica a Lecco, mobiliera a Cantù», è così assorta e impegnata a produrre che ha perso di vista il suo splendido lago, del resto un po’ dimenticato dai turisti, «attratti dal frenetico bailamme delle stazioni di mare e montagna».
Lo stesso giornalista ne è estasiato: «I suoi paesaggi manzoniani hanno un fascino struggente, la mollezza lombarda e le asperità alpine vi si sposano alla perfezione. Le sue ville appartate, i suoi giardini conclusi e sbarrati da compatte muraglie di magnolie, i suoi porticcioli, le sue chiesette e le sue valli a misura d’uomo compongono un fondale fra i più nobili del mondo». Conclude l’articolo con l’invito a non lasciar "deperire" le attrezzature turistiche, non vedendo lontano il giorno in cui «questa liquida massa di forzati del benessere tornerà a capire il lago e i suoi incanti». L’elegante e caustica penna di Montanelli aveva lasciato il segno.

Dalle pagine de Ol Tivan, commentano l’articolo due famose e indimenticabili firme della pubblicistica locale, Enrico Luigi Ferrario, meglio noto come Fel, e Gisella Azzi, poetessa e scrittrice. Fel sottolinea l’eccessivo indugiare di Montanelli su un solo personaggio. Troppe nel testo «le involontarie omissioni per quella che doveva essere una descrizione ambientale ordinata sulla vita di una città». Como «città laboriosa, taccagna, diffidente, timorata, prolifica», afferma Montanelli. «Storie! Fantasia!», ribatte Fel. «Sono sì laboriosi i comaschi, ma per nulla diffidenti (senza una giusta ragione di esserlo); timorati così e così, prolifici nemmeno, se si eccettuano alcuni casi… eccezionali, anche perché la donna comasca ha da tempo preso il suo posto nell’industria, specializzandosi come tessitrice o impiegata negli studi di seta, assai prima che le altre donne della Penisola si adattassero a lavorare fuori casa. In quanto a taccagni i comaschi proprio non lo sono, in modo assoluto a meno che non si voglia confondere con l’avarizia il pregio della parsimonia». Fel concorda con Montanelli su un unico punto e cioè che il lago è ignorato da troppi comaschi, sconosciuta la sua incantevole bellezza. Anche la Azzi non digerisce soprattutto l’epiteto di "taccagna" affibbiato alla sua amata città. «È vero - sostiene la scrittrice - il comasco non fa mai il passo più lungo della gamba, ma si comporta così per essere sempre pronto a far fronte ai propri impegni, spende cioè (se appena riesce) meno di quanto guadagna». A quella che considera una dote dei comaschi, cioè essere più che altro dei "risparmiatori", contrappone «la splendida virtù della loro silenziosa generosità». Scende sul terreno della polemica persino "La voce di Como", settimanale della Federazione comunista comasca, che reputa il servizio di Montanelli il solito pezzo di colore «scontato e prevedibile» frutto di analisi dilettantesche. E a proposito della taccagneria dei comaschi, dà la sua spiegazione: «Non tutti si dedicano con tanto fervore a tale nobile arte, o almeno non ci si dedicherebbe se non vi fossero costretti dai salari che ricevono da imprenditori sul tipo di Scacchi, dalle sospensioni, dalle riduzioni d’orario e dall’aumento del carovita». I due maggiori quotidiani locali, "La Provincia" e "L’Ordine", tacciono.

Elena D'Ambrosio

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