Giovedì 27 Novembre 2008

Cupola, restauri e litigi
Così Terragni finì "ko"

Il 28 e il 29 novembre, a Verona, si terrà un convegno sull'opera dell'architetto Piero Gazzola che, con il collega comasco Federico Frigerio, realizzò i restauri della cupola del Duomo di Como, bruciata nel 1935

di Alberto Longatti

Dubbi sulla paternità del restauro della cupola del Duomo, ripristinata dopo il disastroso incendio che la danneggiò seriamente la notte del 27 settembre 1935? Non ve ne sono. L’operazione venne certo condotta materialmente dall’architetto Piero Gazzola, protagonista del convegno che si tiene a Verona oggi e domani; ma fu l’architetto Federico Frigerio che la preparò teoricamente e fornì tutti gli elementi di valutazione per orientare le scelte esecutive.
Mettiamo ordine nella successione degli eventi, innanzitutto. Le fiamme divamparono, come si diceva, all’inizio dell’autunno 1935, ma i lavori di restauro si conclusero nell’ottobre 1939, quindi quattro anni dopo. In questo periodo si discusse, anche in toni accesi, sul metodo e la finalizzazione dell’intervento: riparare l’intero apparato monumentale, così come era prima dell’incendio, o smantellare quanto era rimasto della sovrastruttura realizzata nel 1770 dall’architetto Giulio Gagliori per riportare alla luce la preesistente cupola di Filippo Juvarra del 1741? Le tesi contrapposte difendevano una l’integrità di ambedue le costruzioni per motivi di salvaguardia del percorso storico dell’edificio, mentre l’altra opponeva ragioni estetiche, sostenendo che la cupola originaria del grande Juvarra aveva dovuto subire quella calotta sovrapposta come un camuffamento, un soprabito che celava le sue fattezze, appesantendole e alterandole. In realtà il Gagliori, architetto del Duomo di Milano, era stato chiamato per risolvere il problema di infiltrazioni insinuatesi sotto il manto di rame della copertura e decise quindi di proteggere l’intera cupola con un involucro di uguale forma in costoloni di legno e mattoni ricoperto da lamine di rame e sorretto da uno zoccolo lapideo alto tre metri. Fra la calotta sovrapposta e l’estradosso della cupola originaria era stata lasciata un’intercapedine percorribile, che permetteva eventuali interventi di riparazione: nel cunicolo vennero collocati anche i pinnacoli marmorei che coronavano la cupola all’esterno, sostituendoli con colonnine sagomate di minori dimensioni in sarizzo. L’incendio distrusse le parti in legno, fuse il manto metallico e danneggiò lo zoccolo di sostegno della tazza dando la possibilità di smantellarlo parzialmente. Di qui il quesito che si propose subito: riparare la calotta del Gagliori o eliminarla, ripristinando la cupola dello Juvarra? Il Frigerio, che aveva sempre osteggiato il guscio protettivo tardosettecentesco, pubblicò una dettagliata relazione sulle tormentate vicende delle due cupole "Cupola del Duomo di Como", Nani 1935) e sostenne che bisognava trarre partito dell’infortunio per ridare alla sola opera dello Juvarra il posto che le spettava, procedendo senza indugi a restaurarla, sostituendo le parti mancanti e ricollocando al suo posto quanto restava delle struttura originaria e dei fregi ornamentali. Per guidare la mano del restauratore erano a disposizione, provvidenzialmente, plastici, disegni e progetti che il celebre artista barocco aveva eseguito e lasciato alla committenza.
Nel 1936 si accende una scaramuccia polemica che si trasforma in una marea montante di contestazioni, puntualizzazioni, frecciate ironiche, rovesciate in gran parte proprio sulle pagine de "La Provincia" allora in simbiosi con il settimanale del Pnf "Il Gagliardetto" e quindi organo politico. Il principale contestatore di Frigerio è Giuseppe Terragni che, peraltro, a sua volta deve subire le critiche di quanti avversano la sua Casa del Fascio appena inaugurata.
Terragni, basandosi sui principi del restauro conservativo varati nel 1933 con Le Corbusier nella Carta di Atene, pubblica un veemente articolo su "L’Italia letteraria" del 28 giugno 1936.
In esso si scaglia contro «gli amorevoli vivisezionatori» che si permettono di modificare l’assetto della cupola eliminando una sua plurisecolare sovrastruttura e non lasciando il monumento inalterato, «dove era, come era» al pari dei ricostruttori del campanile veneziano di San Marco. Gli dà man forte la Sarfatti, sostenendo che quelle dell’architetto razionalista erano argomentazioni «ragionate e ragionevoli». Terragni dovrebbe avere dalla sua i dirigenti del partito fascista, che invece si pronunciano solo flebilmente sulla questione o addirittura tacciono. Accanto a Frigerio si schierano invece il vescovo Macchi, un altro porporato, lo spezzino vescovo Costantini, l’ex podestà Negretti, il potente superarchitetto di regime Piacentini. Ma il colpo di grazia viene inferto sulla "Gazzetta del Popolo" del 17 luglio 1936 da un grande scrittore, Carlo Emilio Gadda, il quale rileva che l’apporto del Gagliori non aveva certo giovato alla cupola «apportando alcuni gravi mutamenti del disegno originale» e quindi erano da considerarsi benemeriti quanti sostenevano la sua eliminazione.
Gadda aggiunge poi, maliziosamente, che non a caso il vescovo comasco aveva definito «provvidenziale» l’incendio alla presenza di un ministro in visita.
Forte del consenso ottenuto, l’architetto Frigerio espone la sua tesi, arricchita da una accurata documentazione storico-critica, al Consiglio superiore per le Belle Arti, che l’accoglie favorevolmente, grazie anche all’intervento di Ugo Ojetti, autorevole teorizzatore del tradizionalismo. Il "sì" del Consiglio è il necessario preludio al benestare governativo e allo stanziamento dei fondi per le operazioni di ripristino. Se ne incarica il sovrintendente lombardo ai monumenti, Gino Chierici, che invia il giovane e brillante funzionario architetto Piero Gazzola a dirigere i lavori. L’esito soddisfacente viene ottenuto in otto mesi, dalla primavera all’autunno dell’anno 1939. La cupola dello Juvarra, certo più snella del "soprabito" adattato dal Gagliori, è lì da vedere. Oggi certo agiremmo in un’altra ottica, dando ragione a Terragni e salvando anche l’opera di Gagliori.
Non senza però riconoscere che quanti la pensarono diversamente erano tutt’altro che degli sprovveduti. Ma la gente comune, ignara di regole concordate fra specialisti, in quel caso dell’eterno conflitto culturale fra conservatori e innovatori ebbe l’impressione che i contendenti si fossero scambiate le parti.

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"Ma devo essere io, razionalista
a difendere le opere del passato?"

di Giuseppe Terragni

Ma ecco profilarsi minacciosa la riapertura delle ostilità, provocata da un tragico avvenimento: l’incendio del settembre scorso. Come se tutta la documentata e archiviata storia della cupola fosse pure essa scomparsa nel rogo di quella notte, si parte da taluni alla «scoperta» della vera cupola dello Juvara, si stampano opuscoli tendenti alla «revisione» di un fatto già storicamente fissato in tutti i suoi elementi, consacrato anche nelle sue inesattezze, dalla fede e dall’ammirazione di cinque generazioni (1770-1935). (...) E deve proprio essere di un architetto razionalista l’allarme lanciato alle autorità competenti per un più rigoroso procedere nei confronti di un monumento che si sta vivisezionando? La fede rivoluzionaria di noi architetti moderni non fa velo all’ammirazione nostra per le grandi opere del passato; soltanto vorremmo che le lasciassero in pace, anche perché da esse abbiamo imparato assai più di quanto le querule proteste degli zelatori della tradizione (intesa come «ricalco») vorrebbero far credere.

(Da «La Provincia» di Como, 25 giugno 1936)

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