Martedì 06 Gennaio 2009

Geniale Castiglioni
"creò" il mito Usa

di Paolo Bernardini

Luigi Castiglioni - di nobile famiglia di Mozzate, nel Comasco - è noto al mondo per due qualità non rare, ai tempi suoi, il Settecento al crepuscolo. La prima, è l’amore per la scienza, in particolare per la botanica, coltivata, si può proprio dire, sulle tracce ideali di Linneo, e quelle dei maestri suoi, che forse non erano tutti botanici, ma certo erano tra i maggiori scienziati della Lombardia del tempo, dallo Scopoli a Paolo Frisi: dalla Pavia rinata come ateneo di fama mondiale, la Scuola di Frank e di Spallanzani, poi, brevemente, d’Ugo Foscolo, alla Milano illuminista e illuminata di cui egli, parente stretto dei Verri, faceva a pieno titolo parte. Del suo amore per la botanica testimonia, tra l’altro, una pubblicazione del tardo Settecento, appena riedita, con ottimo apparato introduttivo, la "Storia delle piante forastiere" (Jaca Book, 2008), che fece conoscere al pubblico lombardo, scosso da repentini cambi di regime, una quantità notevole di piante del tutto inedite, in Italia; e che proprio da Castiglioni vennero introdotte sul suolo italico (la robinia, ad esempio, ndr), discusse nelle proprietà qualità medicamentose e/o estetiche, talora classificate.
All’attività di botanico - e poi politico d’un certo peso nella Lombardia napoleonica - Castiglioni affiancò quella di viaggiatore. D’altra parte, come Linneo ed i suoi allievi avevano da tempo dimostrato, l’una era complementare all’altra. Ma Luigi, nato a metà del Secolo dei Lumi, in quel 1757 che vide anche la nascita di William Blake, e di Antonio Canova, non si accontentò di un Grand Tour qualsiasi: si spinse fin negli Stati Uniti neonati, lasciando, il primo viaggiatore italiano a farlo nella propria lingua, un resoconto straordinario di quel paese, in un libro pubblicato nel 1790, tradotto parzialmente in tedesco e in inglese nella sua totalità; splendide pagine, che aprirono orizzonti novissimi alla vecchia Italia incerta sul proprio destino. E con intuizioni politiche che anticiparono di qualche decennio quelle, divenute assai più celebri però, di Alexis de Tocqueville. Certamente, numerosi altri si recarono poi in America, e prima di lui Filippo Mazzei, che vi era andato nel 1773, il cui resoconto (scritto in francese) degli avvenimenti che portarono alla rivoluzione americana fu pubblicato nel 1788 a Parigi; e ugualmente un suddito della Serenissima, dopo Castiglioni: Giacomo Costantino Beltrami, che scrisse anch’egli in francese i propri resoconti di viaggio, assai avventurosi, mentre numerosi suoi inediti sono conservati a Bergamo, in attesa di un editore. Ma il viaggio americano di Castiglioni rimane insuperato, per la sua capacità di combinare l’osservazione naturalistica con quella politica, quasi che la società umana sia una sorta di "seconda natura" legata indissolubilmente alla prima. E non causale il fatto che proprio al crepuscolo dell’Illuminismo gli idealisti tedeschi, Fichte soprattutto, forgino il concetto di "quasi-naturalità" per indicare proprio questo processo.
Di Castiglioni vengono ora pubblicati (a cura di Diego Lucci e dell’autore di questo scritto, ndr), sia le memorie del viaggio in Inghilterra, sia alcune lettere a Paolo Frisi dalla Francia. Il volume raccoglie due inediti del 1784 e 1785. Se le lettere a Frisi danno brevi informazioni circa la Parigi dei Lumi, il viaggio in Inghilterra, che avrebbe dovuto essere pubblicato insieme alle memorie di quello in Francia, per ora irreperibili, offre un quadro ampio e dettagliato non solo di Londra, ma di gran parte della bassa Inghilterra. Giunto a Dover il 22 ottobre 1784, Castiglioni visiterà in pochi mesi Canterbury, Portsmouth, Salisbury, Bath, Bristol, Gloucester, Worcester, Birmingham, Oxford, Woodstock, e Twickenham, dove soggiornerà parecchio tempo con lo scopo di perfezionare l’inglese: la meta finale del suo originalissimo Grand Tour rimanevano gli Usa. Partirà l’11 aprile 1785 da Deal. Castiglioni vive così, quasi in epitome, uno dei momenti del lungo passaggio, che si compirà solo un secolo ed oltre dopo la sua morte, tra anglomania e mito dell’America; egli sarà ben capace di intuire il grande futuro degli Usa, ma, allo stesso tempo, vivrà ancora e ampiamente dentro una cornice di consolidata anglofilia italiana, di amore per la libertà d’Albione che, dopo la sua "scoperta" da parte di Voltaire e Montesquieu nella prima metà del Settecento, si diffonderà anche e ampiamente nell’Italia, gallomane prima che anglomane, attraverso figure come Algarotti e Baretti, più tardi Alfieri e numerosi altri. Castiglioni guarda e descrive la vita vivacissima di Londra, loda e un poco teme un governo così liberale, si entusiasma della libertà di stampa, ma anche dei giardini botanici e degli intellettuali che incontra, epigoni dei grandi del secolo passato, Newton soprattutto. E poi inorridisce nell’ascoltare le interpretazioni locali dell’opera italiana, si incuriosisce circa l’uso di bere il tè e la birra, e soprattutto medita sulle differenze di clima e di costumi. Sogna l’America, già, ma sa darci una chiara, alla fine disincantata panoramica dell’Inghilterra proprio di quell’America da pochissimo priva, ma piena d’ogni risorsa economica e certamente, allora, il più ricco stato del mondo.
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La lettera

Aprile 1785

Nell’aprile incominciai a pensare al mio viaggio d’America, ed assettate le mie cose partii da Londra per Deal il giorno 11 aprile, per montare a bordo del Nettuno, vascello di 240 tonnellate incirca, che faceva vela da Londra per Boston nell’America settentrionale. Il giornale di codesto viaggio, essendo affatto estraneo al presente troverassi descritto in altro libro. Felice me, se potrò osservare cose che meritino di passare alla memoria de posteri, e se non avrò inutilmente gettata la fatica ed il tempo.
 
Luigi Castiglioni (tratta da Luigi Castiglioni, «Lettere dalla Francia (1784). Viaggio in Inghilterra (1784-1785)»<+G_DISTICOcors>, Città del silenzio, pp. 136, € 15, www.cittadelsilenzio.it.)

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