Sabato 28 Marzo 2009

Il professore comasco
che dà lezione agli Usa

di Sergio Nava

Stefano Della Vigna, classe 1973, nasce a Como, dove compie tutto il cursus honorum di studi primari e secondari, prima di iscriversi – nel 1992 – alla Facoltà di Economia dell’università Bocconi di Milano, specializzandosi in Discipline Economiche e Sociali. «Non fu una scelta facile», ricorda oggi col classico "senno di poi" (...). Stefano si laurea con lode nel giugno del 1997, con una tesi sulla «Teoria delle decisioni»: in questo lavoro si occupa di approfondire l’aspetto matematico sulla base del quale gli individui prendono decisioni in condizioni di incertezza. La tesi, il suo primo vero passo nel settore della ricerca, sarà pubblicata nel 2001 sulla rivista "Mathematical Social Sciences". (...). Stefano conclude il dottorato ad Harvard nel 2002: quello stesso anno torna in California, trasferendosi all’università di Berkeley, il più antico e importante ateneo dello Stato americano, i cui edifici sovrastano la splendida Baia di San Francisco. Lì trova quello che lui stesso non esita a definire «il miglior lavoro possibile».
Nonostante la sua giovane età Stefano può già annoverare importanti studi nel suo carnet professionale. Sceglie di presentarmene due: «Il primo, "The Fox News Effect: Media Bias and Voting", del 2007, studia l’impatto della potenza mediatica sui cittadini. È un tema che mi sta molto a cuore, anche perché è facilmente applicabile pure in Italia, in particolare sull’impero televisivo di Silvio Berlusconi. Lui, infatti, sostiene che Mediaset non gli ha mai portato alcun vantaggio in termini elettorali. Afferma questo sulla base di un semplice assunto: se gli elettori sanno che Berlusconi è padrone delle tre reti, si comporteranno di conseguenza, ponendosi in modo critico nel consumo della "sua" offerta mediatica e "scontando" questo fatto al momento di apporre la propria preferenza sulla scheda elettorale. È però anche vero, aggiungo io, che si può pure verificare un’altra ipotesi: quella secondo cui l’assenza di critiche nei confronti di Berlusconi all’interno dei telegiornali Mediaset (il cosiddetto "non detto") passi totalmente inosservata agli occhi dei cittadini- elettori. Nello specifico del nostro studio scientifico noi abbiamo analizzato il caso della rete televisiva Fox News, il cui orientamento è decisamente pro-repubblicano. In particolare, abbiamo studiato il voto alle presidenziali americane del 2000 (George W. Bush contro Al Gore), in alcuni piccoli paesi che ricevevano Fox News in abbonamento via cavo, confrontandolo con quello di altri paesini che invece non ricevevano proprio il segnale di questa emittente. Ebbene, sulla base dei nostri modelli matematici, Fox News ha spostato il voto di circa il 10% dell’elettorato nelle comunità raggiunte dal suo segnale: questo ovviamente a favore del candidato repubblicano Bush. Puoi ben immaginare, per analogia, l’impatto elettorale che una situazione simile e per certi versi più pervasiva può avere in Italia. Aggiungo solo che questa è – al momento – la ricerca più sistematica circa l’impatto dei media sul voto. Un impatto che, come abbiamo potuto appurare, è senz’altro sostanziale». La ricerca di Stefano è di tale importanza che, nella primavera del 2007, è stata presentata anche nella sede di Washington della Banca Mondiale. Nel dicembre dello stesso anno ha visto invece la luce uno degli ultimi lavori di Stefano Della Vigna: «Il titolo della ricerca è già un programma, in quanto si chiede – provocatoriamente – se la violenza presente nei film aumenti i crimini di strada. In particolare, abbiamo studiato i tassi di reati brutali avvenuti durante i fine settimana in cui escono al cinema pellicole ad alto contenuto di violenza, confrontandoli con i weekend che potremmo definire più "tranquilli", almeno dal punto di vista delle uscite cinematografiche. Il risultato è stato sorprendente: per ogni milione di spettatori che vedono film violenti, il tasso di crimine scende dell’1%. Solo dopo abbiamo capito il perché: andare al cinema toglie dalla strada quelle persone, soprattutto sbandati o emarginati, che normalmente passano la sera ubriacandosi al bar o sfogando le proprie frustrazioni contro i passanti. Vedere film di un certo genere, per questi soggetti, costituisce un’alternativa a commettere atti di violenza. Potremmo quasi dire che si tratta di un atto "catartico". La logica conseguenza di questo studio è che le istituzioni pubbliche dovrebbero preoccuparsi di offrire ai giovani disadattati maggiori opportunità di attività sociali, che li tolgano dalla strada».
Stefano Della Vigna non ha – a differenza di altri espatriati – grossi rimpianti per aver lasciato l’Italia e l’Europa. Anche se la consapevolezza che il nostro Paese si trovi in una condizione di arretratezza rispetto agli Stati Uniti, è ben presente: «La mia uscita dall’Italia potrebbe non preludere a un ritorno. Il mio problema è che nessuna università europea può veramente competere con quelle americane, almeno nel settore dell’economia. Non è a mio parere solo un problema italiano: anzi, a onore del mio ateneo di origine, devo aggiungere che il suo livello di preparazione degli studenti è tale che – per un certo periodo – ha potuto vantare il tasso di neolaureati ammessi alle università americane più alto al mondo. Per quanto mi riguarda capii presto che il dottorato dovevo farlo all’estero, per cui me ne andai senza indugi. Sono comunque contento di aver trascorso i miei anni universitari in Italia». C’è anche un "però": «L’università italiana fa generalmente più fatica rispetto alle altre a far rientrare i suoi "cervelli" espatriati. Questo dipende essenzialmente dal fatto che soffre di un ricambio generazionale più lento. E il motivo è che dà troppo poco spazio ai giovani. Io, andandomene, ho potuto saltare tutti gli anni di "peregrinazione" necessari al ricercatore italiano medio per trovare la propria strada in ateneo. Col risultato che ora, se volessi, potrei tornare in qualsiasi momento a insegnare in Europa, con la cattedra di professore ordinario. Ho già ricevuto diverse offerte».

(Estratto da «La fuga dei talenti», 368 pag., 18 euro. © San Paolo. Si ringraziano editore e autore)

v.fisogni

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